Indagine LaST: Il lavoro la priorità degli italiani

Bipolarità. Ovvero la convivenza di due tendenze opposte all’interno di un medesimo ambito. È la sindrome più persistente e profonda che la crisi, ormai decennale, ci ha lasciato in dote. Si tratta di un fenomeno che attraversa diverse sfere ed è testimoniato da molteplici riscontri. Nel sistema produttivo osserviamo la crescente separazione fra imprese che, da un lato, in questi anni hanno saputo resistere e aumentare la propria competitività; da quelle che, dall’altro, hanno visto aumentare le difficoltà o sono uscite dal mercato. Nella società è altrettanto evidente come la forbice si sia fatta più netta fra quanti hanno conservato o migliorato la propria collocazione sociale, da coloro che invece hanno perso posizioni e potere d’acquisto impoverendosi. Erosione che ha intaccato soprattutto il ceto medio.

 

Il fenomeno della bipolarità non si è fermato su questi piani e ormai ha ampiamente contaminato anche l’immaginario collettivo. È nota la distanza fra le conoscenze di un fenomeno da parte della popolazione e la sua oggettività empirica (si pensi, per esempio, al tema dei migranti): la rappresentazione sovrasta la realtà, in buona misura determinandola. Sotto questo profilo, i nuovi strumenti della comunicazione (della politica, in particolare) stanno dettando le priorità. Basti pensare a quanta parte della discussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà.

La Stampa, 8 ottobre 2018

Ma le priorità indicate dalla comunicazione (politica e mediatica) sono le medesime della popolazione? Una conferma all’esistenza della bipolarità si riscontra quando si domanda agli italiani quale sia il problema più importante là dove vive. La lista proposta va dagli immigrati, alla viabilità, dal costo della vita all’inquinamento e altri temi ancora. La questione che per tutti risulta essere in assoluto la più importante nella propria realtà è il lavoro (38,1%), seguito a distanza da altri problemi posti quasi sul medesimo piano: inquinamento (15,0%), viabilità (10,9%), costo della vita (10,9%) e qualità dei servizi socio-sanitari (10,1%). L’immigrazione (5,9%) e la criminalità (4,8%) sono collocati in fondo alla classifica, nettamente distanziati. Ovviamente, i problemi conoscono un’intensità diversa rispetto al territorio di appartenenza, piuttosto che la condizione sociale. Così, le preoccupazioni per l’inquinamento (20,4%) e il costo della vita (13,4%) ritenuto eccessivo sono avvertiti maggiormente al Nord. La viabilità (18,5%) è una questione più marcata in Centro Italia. La qualità dei servizi socio-sanitari è un argomento più vissuto dagli anziani (14,4%) e, in particolare, dai residenti nel Mezzogiorno (14,0%). L’immigrazione e la criminalità sono avvertite come il problema prioritario da una parte assai contenuta degli italiani e in modo omogeneo lungo la Penisola. Ma verso i primi (immigrati) l’attenzione è un po’ più elevata nel Nord Est (8,6%) e verso la seconda (criminalità) nel Mezzogiorno (6,3%). Ciò non toglie che il livello di allerta sociale non sia elevato, anzi. Ma non sono considerati il “problema dei problemi”, nonostante essi siano oggetto quasi quotidiano di comunicazione politica. Perché, su tutti, è la questione del lavoro a costituire il tema centrale. Lo è maggiormente per donne (41,0%), giovani (41,5%), soprattutto nel Mezzogiorno (57,8%) dove polarizza di gran lunga l’attenzione degli intervistati, oltre che per i disoccupati (71,4%). Purtroppo, stiamo assistendo anche in questo a un processo di bipolarizzazione. Lo testimoniano i recenti dati Istat sulle forze lavoro, dove la crescita di occupazione è a favore dei più adulti e sempre meno delle generazioni più giovani. Dall’aumento dei rapporti a tempo determinato su quelli più stabili. Una ricerca di prossima pubblicazione (CMR per ALI – Magister Group) mette in luce come per ben quasi tre giovani (fino a 30 anni) su quattro (71,4%) l’ingresso sul mercato del lavoro avvenga con forme contrattuali a tempo determinato e flessibili, in particolare fra i giovani con un titolo di studio più elevato e chi trova un’occupazione nel settore dei servizi e del terziario. Questa quota si riduce progressivamente nelle fasce d’età successive, ma racconta di percorsi lavorativi che prolungano una situazione di incertezza sul futuro delle persone. Inoltre, rivela una divisione territoriale importante: nel Nord mediamente i due terzi dei lavoratori (62,4%) ha un contratto a tempo indeterminato, mentre così avviene per il 50,8% di chi risiede nel Mezzogiorno, dove incertezza sul futuro lavorativo e disoccupazione generano un mix preoccupante.

 

Nonostante la centralità attribuita al lavoro dalla popolazione, tuttavia questo tema compare assai di rado nella narrazione e nella comunicazione (politica, in particolare, e di tutti gli schieramenti). Soppiantato da altre questioni sicuramente socialmente rilevanti, che scaldano il cuore e più spesso agitano gli animi, ma non così altrettanto centrali. Il lavoro e la creazione di opportunità per l’occupazione è la vera porta per la cittadinanza, e non solo perché è inscritto nel primo articolo della nostra Carta. Rendere il lavoro concretamente meno bipolare fra le generazioni dovrebbe stare al primo punto nell’agenda politica, anche della comunicazione: meno post (sui social), più posti (di lavoro).

Daniele Marini

 

Nota metodologica

Community Media Research, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, realizza l’Indagine LaST (Laboratorio sulla Società e il Territorio) che si è svolta a livello nazionale dall’12 al 25 settembre 2018 su un campione rappresentativo della popolazione residente in Italia, con età superiore ai 18 anni. Gli aspetti metodologici e la rilevazione sono stati curati dalla società Questlab. I rispondenti totali sono stati 1.427 (su 15.033 contatti). L’analisi dei dati è stata riproporzionata sulla base del genere, del territorio, delle classi d’età, della condizione professionale e del titolo di studio. Il margine di errore è pari a +/-2,6%. La rilevazione è avvenuta con una visual survey attraverso i principali social network e con un campione casuale raggiungibile con i sistemi CAWI e CATI. Documento completo su www.agcom.it e www.communitymediaresearch.it