La nuova indagine LaST tra fake news, economia e politica

marinifakz-kkhD-U11011834165306eOB-1024x576@LaStampa.itUn viaggio fra le opinioni e la conoscenza che gli italiani hanno di alcuni fenomeni di grande attualità: le prospettive economiche delle famiglie nel 2018; le fake news e l’informazione; gli orientamenti verso al politica. L’Indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa) nella nuova rilevazione #fakebook intende esplorare gli orientamenti degli italiani verso alcune dimensioni che costituiscono i pilastri delle nostre comunità.

 

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Categorie: Indagine LaST

Nordest: calano i cattolici, il 33% indifferente

religiosita-italia-300x225Le festività natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi? Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire.

L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”.

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Categorie: Blog, Società

Italiani e religione: in crescita chi non si riconosce in nessuna fede

Le festiVATICAN-JUBILEE-HOLY YEARvità natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiari, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”. Tant’è che siamo in presenza di “un singolare pluralismo” morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

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Giovani e lavoro: a Nordest incertezza sul futuro

CONCORSO-PUBBLICIGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato.

Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro. L’insieme di questi fenomeni contribuisce a spiegare perché una parte dei giovani ricerca in altri paesi occasioni lavorative migliori (la cosiddetta “fuga dei cervelli”) o, per altro verso, spinge altri a rifuggire occasioni d’impiego, istruzione o formazione (i Neet) ponendosi ai margini del mercato del lavoro.

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GIOVANI, LAVORO, FUTURO: PERMANGONO INCERTEZZA E PREOCCUPAZIONE

"Jobs" on wooden block and magnifying glass on newspaper backgroundGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono, per l’Italia in particolare, una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato. Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro.

La Stampa, 27 novembre 2017

 

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Immigrati: orientamenti e percezione a Nordest

I fenomeni 04.09.2006 - Stabio: riapertura scuolemigratori sono sempre più marcati dal segno del dubbio, dell’incertezza. Anche il Nordest, come l’Italia, il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono ad aumentare le prime istanze, piuttosto che le seconde. Così, il barometro delle percezioni sposta la sua lancetta verso l’area negativa.

Non sono prevalenti, ma indubbiamente attecchiscono le emozioni ostili. Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie diffuse dai mezzi di comunicazione, che spesso forzano la realtà e contribuiscono a costruire un immaginario collettivo disancorato dall’oggettività dei fatti. Gli esponenti politici, poi, sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando la polemica: illudendo di poter risolvere i problemi semplicisticamente costruendo muri o proclamando espulsioni. Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici.

Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (detta dello “ius soli”) per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente italiana: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali. Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità. Il risultato è che se ne parla in modo gridato, contrapposto, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi.

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TRA PAURA E SOLIDARIETA’: I MIGRANTI AGLI OCCHI DEGLI ITALIANI

2017-10-30 14.44.24I fenomeni migratori sono sempre più marcati dal segno del dubbio, dell’incertezza. Anche l’Italia, come il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono a prevalere le prime istanze, piuttosto che le seconde. Così, il barometro delle percezioni sposta la sua lancetta verso l’area negativa. Non sono prevalenti, ma indubbiamente crescono le emozioni ostili. Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie diffuse dai mezzi di comunicazione, che spesso forzano la realtà e contribuiscono a costruire un immaginario collettivo disancorato dall’oggettività dei fatti. Gli esponenti politici, poi, sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando ed esacerbando la polemica: illudendo di poter risolvere i problemi semplicisticamente costruendo muri o proclamando espulsioni. Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici. Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (detta dello “ius soli”) per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente italiana: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali. Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità. Il risultato è che se ne parla in modo gridato, contrapposto, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi. Sia chiaro: il fenomeno è complesso e contiene al suo interno tanto questioni legate alla convivenza, quanto le risorse di culture e competenze che sostengono la nostra economia e le nostre famiglie. Ma più si rimandano le soluzioni, maggiore è il problema che si genera. La sensazione è che più spesso la realtà sia sovrastata dall’immaginario, dal sentito dire.

La Stampa, 30 ottobre 2017
il Secolo XIX, 30 ottobre 2017

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#lastmundi: al via la nuova indagine

articoloUn viaggio fra le opinioni e la conoscenza che gli italiani hanno di alcuni fenomeni di grande attualità: i giovani, il lavoro e il loro futuro; le migrazioni e l’impatto sulla nostra società; la religione e la spiritualità. L’Indagine LaST nella nuova rilevazione #LaSTMundi di Community Media Research intende esplorare gli orientamenti degli italiani verso alcune dimensioni che costituiscono i pilastri delle nostre comunità, a cavallo fra l’informazione e il piacere di scoprire aspetti nascosti del nostro paese.

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Ambiente, Cultura e Sport: la partecipazione attiva a Nordest

sportLa partecipazione dei cittadini, nelle sue diverse forme, è un elemento generatore della democrazia. Lo descriveva bene Giorgio Gaber quando cantava che “libertà è partecipazione”. E, ancora più indietro nel tempo, diversi studiosi ne hanno sottolineato l’importanza. Alexis de Tocqueville, nel suo La Democrazia in America (era il 1835), osservando il brulicare dell’associazionismo in quella realtà, riteneva che una partecipazione organizzata dei cittadini fosse l’unico antidoto per limitare la tendenza dell’individuo a chiudersi in se stesso, da un lato; e, dall’altro, a contenere l’intervento dello Stato nei diversi ambiti della società. Mediante il compartecipare le persone socializzano, condividono valori e obiettivi, attenuano le spinte individualistiche, limitano l’intervento pubblico: in definitiva, in tutte le molteplici forme in cui essa si può sviluppare, costituisce un ordito necessario alla coesione sociale e alla tenuta della democrazia. È uno strumento di libertà.

Che il Nordest sia ricco di queste espressioni partecipative lo raccontano non solo l’esperienza quotidiana, ma anche i numeri. L’ultimo censimento Istat (2011) stima siano presenti nel Nordest 38.900 istituzioni no profit (il 12,9% dell’Italia), oltre 4.700 le associazioni di volontariato (il 10,8% dell’Italia, CSVNET, 2015). Complessivamente, poco più di 600.000 nordestini s’impegnano gratuitamente per gli altri, quasi un cittadino su 9 (Istat, 2013) comprendendo anche i minori. Insomma, un pullulare di formichine sul territorio che tessono relazioni e solidarietà. In una parola, contribuiscono silenziosamente ad accrescere il capitale sociale. La ricerca di Community Media Research  testimonia l’intensità di questa presenza, ma rileva anche segnali di un processo di erosione che vanno attentamente valutati.

 

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Partecipazione in calo tra gli italiani

volontariLa partecipazione dei cittadini, nelle sue diverse forme, è un elemento generatore della democrazia. Lo descriveva bene Giorgio Gaber quando cantava che “libertà è partecipazione”. E, ancora più indietro nel tempo, diversi studiosi ne hanno sottolineato l’importanza. Alexis de Tocqueville, nel suo La Democrazia in America (era il 1835), osservando il brulicare dell’associazionismo in quella realtà, riteneva che una partecipazione organizzata dei cittadini fosse l’unico antidoto per limitare la tendenza dell’individuo a chiudersi in se stesso, da un lato; e, dall’altro, a contenere l’intervento dello Stato nei diversi ambiti della società. Mediante il compartecipare le persone socializzano, condividono valori e obiettivi, attenuano le spinte individualistiche, limitano l’intervento pubblico: in definitiva, in tutte le molteplici forme in cui essa si può sviluppare, costituisce un ordito necessario alla coesione sociale e alla tenuta della democrazia. È uno strumento di libertà. Che l’Italia sia ricca di queste espressioni partecipative lo raccontano non solo l’esperienza quotidiana, ma anche i numeri.

L’ultimo censimento Istat (2011) stima siano presenti nel paese 301.000 istituzioni no profit, oltre 44.000 le associazioni di volontariato (CSVNET, 2015), più di 6.000 le fondazioni. Complessivamente, poco meno di 7 milioni di italiani s’impegnano gratuitamente per gli altri, circa 4 milioni lo fanno all’interno di organizzazioni, 3 milioni individualmente (Istat, 2013). Insomma, un pullulare di formichine sul territorio che tessono relazioni e solidarietà. In una parola, contribuiscono silenziosamente ad accrescere il capitale sociale. La ricerca di Community Media Research testimonia l’intensità di questa presenza, ma rileva anche segnali di un processo di erosione che vanno attentamente valutati.

La Stampa, 27 settembre 2017

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