la ripresa economica secondo gli italiani

La ripresa c’è, ma non sembra toccare me. È questa la percezione più diffusa fra le famiglie italiane che, negli ultimi anni, paiono in parte aver assorbito le difficoltà patite con l’avvio della crisi di 10 anni fa. Non sono uscite ancora (tutte) dal tunnel nel quale sono entrate dal 2008: alcune (poche) hanno visto migliorare le proprie disponibilità economiche, altre (la maggioranza) ritengono di avere un reddito rimasto stabile, talune (diverse) invece sono salite su un ascensore economico discendente. Le loro previsioni per quest’anno si polarizzano fra chi avverte che la stagione più critica sia alle spalle. E, per contro, chi intravede un’incertezza sulle prospettive. Come se la società italiana, lasciando dietro di sé il periodo economico più buio, si trovasse più divisa al suo interno. Una polarizzazione che s’è riverberata anche nel voto del 4 marzo scorso.

Che il leggero miglioramento non si fondi solo su percezioni, è testimoniato anche dai dati della Banca d’Italia. Nel 2016 il reddito medio annuo delle famiglie italiane si è attestato a 31.469 euro, in leggera crescita rispetto a due anni prima (+3%), ma ancora ben distante dal raggiungere la soglia dei 36.142 degli anni precedenti la crisi (2006). A sostegno ulteriore di un miglioramento complessivo dell’economia nazionale vengono i dati del PIL e le sue proiezioni non solo del Governo, ma anche di diversi istituti nazionali e internazionali che registrano una progressione del nostro sistema produttivo. Progressione lenta rispetto agli altri paesi europei, ma comunque con un segno positivo crescente nel tempo. Tuttavia, il nuovo slancio dell’economia richiede tempo prima che si manifesti concretamente nelle risorse disponibili alle famiglie (salari). La crisi, com’è noto, ha eroso una parte consistente delle disponibilità economiche delle famiglie, la cui più immediata conseguenza si è registrata nel crollo dei consumi. E, più in generale, ha alimentato un sentimento di impoverimento che per una parte è diventata effettivamente una condizione oggettiva di povertà. Per altri ha preso la forma di una deprivazione relativa: la difficoltà a mantenere il livello di vita sperimentato in precedenza, che ha colpito soprattutto una parte del ceto medio.

La Stampa, 26 marzo 2018

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Il Nord a due velocità’

In-sofferente. È il filo rosso che accomuna le condizioni e i sentimenti del Nord del paese. L’in-sofferenza (col trattino) riverbera, nello stesso tempo, situazioni contrapposte e solo apparentemente paradossali. Essa racchiude il malumore verso un sistema statuale, burocratico e fiscale ritenuto inadeguato a reggere le sfide che una competizione internazionale impone. Riforme promesse e mai giunte a compimento, livelli di tassazione ancora assai onerosi, infrastrutture inadeguate rappresentano un fardello pesante sulle spalle di un pezzo del sistema produttivo proiettato sui mercati internazionali. Imprese che prima e durante la crisi hanno continuato a investire in processi di innovazione e di internazionalizzazione, e che cominciano a raccogliere i frutti dei loro sforzi. I dati sono lì a confermare la bontà delle performance: secondo Unioncamere Veneto la produzione industriale nel quarto trimestre del 2017, rispetto allo stesso periodo del 2016, si assesta a +6,3%, con esiti ancora migliori per le Pmi. Per Unioncamere Lombardia, nel medesimo intervallo di tempo, è cresciuta del 5%. E sono solo gli ultimi di una serie positiva che dura ormai da diversi trimestri. Per non dire dei distretti industriali: anch’essi hanno subito un processo di metamorfosi, riorganizzando la propria struttura interna e diventando oggi “dis-larghi” ovvero filiere produttive che hanno allungato le loro reti di fornitura ben oltre i confini territoriali e nazionali.

La Stampa, 14 marzo 2018

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I nordestini scelgono quotidiani, radio e tv per formarsi opinioni

social_media_strategyAttenti alle vicende della politica nazionale, più di quanto non si pensi. Utilizzatori multicanali nell’informazione, ma l’opinione si forma soprattutto tramite i quotidiani. Potrebbe sintetizzarsi in questo modo, a pochi giorni dalle elezioni, il comportamento prevalente dei nordestini nell’aggiornarsi sui fatti politici secondo l’ultima rilevazione di Community Media Research. Più di un terzo (37,5%) s’informa costantemente su quanto accade nell’area politica, in particolare in Friuli Venezia Giulia (54,6%). Se aggiungiamo che il 56,1% segue saltuariamente (in generale o in modo discontinuo, soprattutto fra trentini e alto atesini: 77,3%) e solo il 6,4% dichiara di aggiornarsi poco o nulla, possiamo affermare che la popolazione – seppure in diversa misura – sia attenta alle questioni politiche più di quanto non veicola l’opinione comune.

Ma attraverso quali mezzi s’informano e poi si creano le opinioni su questi temi? I due aspetti (informazione e opinione) non sono identici e i risultati dimostrano l’esistenza di comportamenti differenziati. In primo luogo, internet (29,8%, ma non i social: 11,5%), quotidiani (24,1%) e TV (20,7%) si contendono il podio dei canali principali. Quindi, vi è una sostanziale tripartizione delle fonti informative che privilegia la rete in generale, ben più che i social (facebook, twitter) cui invece gran parte dell’informazione si abbevera. In secondo luogo, se consideriamo gli strumenti secondo la loro analogia, otteniamo che gli Old Media (quotidiani, TV, radio: 52,8%) tutti assieme hanno ancora la preminenza sui New Media (internet, social: 41,3%) come fonti cui attingere le notizie. Con qualche differenza: agli Old Media sono più affezionati gli adulti (oltre 45 anni) e chi ha già deciso di andare a votare; mentre ai New Media guardano con favore i più giovani (fino a 44 anni), gli studenti, chi è disilluso della politica ed è indeciso sul voto. Molto pochi, invece, si affidano alle reti delle Relazioni Sociali (associazionismo, familiari, colleghi: 5,9%) per ottenere news sulla politica.

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Italiani: multimediali, ma tradizionali nel formarsi opinioni

testate_giornalistiche2Attenti alle vicende della politica nazionale, più di quanto non si pensi. Utilizzatori multicanali nell’informazione, ma l’opinione si forma soprattutto tramite i media tradizionali, e segnatamente i quotidiani. Potrebbe sintetizzarsi in questo modo, a pochi giorni dalle elezioni, il comportamento prevalente degli italiani nell’aggiornarsi sui fatti politici. La campagna elettorale e le iniziative collegate spingono inevitabilmente le persone a un maggiore interesse verso l’offerta dei partiti, le proposte dei leader e i loro programmi. Da diverse settimane siamo immersi, e spesso anche sommersi, da comunicati, prese di posizione, interviste e presenze televisive. Con i candidati pronti a rilasciare dichiarazioni sugli eventi clamorosi di giornata, ma assai meno sui temi di prospettiva per il paese (economia, lavoro, infrastrutture, demografia). È praticamente impossibile non venirne a contatto. Ciò non di meno, la volontà di comprendere e districarsi nelle contorte vicissitudini della politica risulta significativamente elevata presso la popolazione.

Come dimostra l’ultima rilevazione di Community Media Research più di un terzo degli italiani (37,1%) s’informa costantemente su quanto accade nell’arena politica, cui si somma il 41,9% che segue, sebbene più in generale: in qualche misura, tende l’orecchio, è attento, ancorché in modo più distaccato. In ogni caso, complessivamente quasi quattro quinti degli italiani (79,0%) dichiara un coinvolgimento verso i temi politico-elettorali. Con qualche differenza di orientamento: le categorie più attente sono soprattutto i maschi, gli adulti rispetto ai giovani (benché anche fra questi la prevalenza segua in generale i fatti politici), chi è più istruito e soprattutto chi è deciso ad andare a votare.

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Politica a Nordest: cresce il disincanto

ELEZIONI, ANNULLATE COMUNALI MESSINA 2005: SI TORNA A VOTAREDiminuisce il distacco dei nordestini dalla politica, ma non aumenta l’identificazione verso i partiti. Piuttosto, cresce una “vicinanza disincatata” e, soprattutto, un atteggiamento negoziale verso l’offerta politica. Ciò si spiega osservando lo svolgersi di una campagna elettorale attraversata da un fil rouge: l’incertezza. C’è una politica delle incertezze e un’incertezza verso la politica. La prima è determinata da un insieme di fattori. La stessa nuova legge elettorale, sulla scorta delle previsioni di voto, sembra consegnerà al paese una tri-polarità che – allo stato attuale, se si vorrà dare un governo – richiederà almeno che due poli si accordino fra loro. Situazione oggi deplorata e rifuggita nelle dichiarazioni ufficiali, per non scontentare la propria base elettorale, ma che dietro le quinte vede i diversi attori cercare abboccamenti reciproci.

Che dire poi dei proclami elettorali. Proprio per cercare di attrarre un elettorato disaffezionato, s’è generato un vero e proprio “mercato delle promesse”, una sorta di bazar elettorale, dal quale recentemente gli stessi vescovi hanno messo in guardia. E che, paradossalmente, trova gli stessi alleati all’interno delle coalizioni in disaccordo fra loro. Dunque, ci ritroviamo di fronte a una politica che si mostra indeterminata nelle sue visioni e nei programmi per il futuro del paese. È la politica delle incertezze. Ciò è il riverbero di un’altra dimensione che spaventa le forze politiche: l’incertezza verso la politica. Essa trova alimento nella possibilità che un novero cospicuo di elettori non si rechi alle urne, in particolare fra le giovani generazioni.

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Gli italiani al voto

cq5dam.web.738.462Diminuisce il distacco degli italiani dalla politica, ma non aumenta l’identificazione verso i partiti. Piuttosto, cresce una “vicinanza disincatata” e, soprattutto, un atteggiamento negoziale verso l’offerta politica. Ciò si spiega osservando lo svolgersi di una campagna elettorale attraversata da un fil rouge: l’incertezza.

Non è una novità in assoluto, ma questa volta appare pervasiva fra gli schieramenti e all’interno degli stessi. C’è una politica delle incertezze e un’incertezza verso la politica. La prima è determinata da un insieme di fattori. La stessa nuova legge elettorale, sulla scorta delle previsioni di voto, sembra consegnerà al paese una tri-polarità che – allo stato attuale, se si vorrà dare un governo – richiederà almeno che due poli si accordino fra loro. Situazione oggi deplorata e rifuggita nelle dichiarazioni ufficiali, per non scontentare la propria base elettorale, ma che dietro le quinte vede i diversi attori cercare abboccamenti reciproci. Che dire poi dei proclami elettorali. Proprio per cercare di attrarre un elettorato disaffezionato, s’è generato un vero e proprio “mercato delle promesse”, una sorta di bazar elettorale, dal quale recentemente gli stessi vescovi hanno messo in guardia. E che, paradossalmente, trova gli stessi alleati all’interno delle coalizioni in disaccordo fra loro. Dunque, ci ritroviamo di fronte a una politica che si mostra indeterminata nelle sue visioni e nei programmi per il futuro del paese. È la politica delle incertezze.

La Stampa, 29 gennaio 2018

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La nuova indagine LaST tra fake news, economia e politica

marinifakz-kkhD-U11011834165306eOB-1024x576@LaStampa.itUn viaggio fra le opinioni e la conoscenza che gli italiani hanno di alcuni fenomeni di grande attualità: le prospettive economiche delle famiglie nel 2018; le fake news e l’informazione; gli orientamenti verso al politica. L’Indagine LaST (Community Media Research in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa) nella nuova rilevazione #fakebook intende esplorare gli orientamenti degli italiani verso alcune dimensioni che costituiscono i pilastri delle nostre comunità.

 

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Nordest: calano i cattolici, il 33% indifferente

religiosita-italia-300x225Le festività natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi? Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire.

L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”.

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Italiani e religione: in crescita chi non si riconosce in nessuna fede

Le festiVATICAN-JUBILEE-HOLY YEARvità natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiari, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”. Tant’è che siamo in presenza di “un singolare pluralismo” morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

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Giovani e lavoro: a Nordest incertezza sul futuro

CONCORSO-PUBBLICIGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato.

Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro. L’insieme di questi fenomeni contribuisce a spiegare perché una parte dei giovani ricerca in altri paesi occasioni lavorative migliori (la cosiddetta “fuga dei cervelli”) o, per altro verso, spinge altri a rifuggire occasioni d’impiego, istruzione o formazione (i Neet) ponendosi ai margini del mercato del lavoro.

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