Immigrati: orientamenti e percezione a Nordest

I fenomeni 04.09.2006 - Stabio: riapertura scuolemigratori sono sempre più marcati dal segno del dubbio, dell’incertezza. Anche il Nordest, come l’Italia, il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono ad aumentare le prime istanze, piuttosto che le seconde. Così, il barometro delle percezioni sposta la sua lancetta verso l’area negativa.

Non sono prevalenti, ma indubbiamente attecchiscono le emozioni ostili. Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie diffuse dai mezzi di comunicazione, che spesso forzano la realtà e contribuiscono a costruire un immaginario collettivo disancorato dall’oggettività dei fatti. Gli esponenti politici, poi, sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando la polemica: illudendo di poter risolvere i problemi semplicisticamente costruendo muri o proclamando espulsioni. Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici.

Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (detta dello “ius soli”) per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente italiana: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali. Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità. Il risultato è che se ne parla in modo gridato, contrapposto, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi.

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TRA PAURA E SOLIDARIETA’: I MIGRANTI AGLI OCCHI DEGLI ITALIANI

2017-10-30 14.44.24I fenomeni migratori sono sempre più marcati dal segno del dubbio, dell’incertezza. Anche l’Italia, come il resto dell’Europa e del mondo occidentale, guarda ai migranti con un misto di timore e paura e, nello stesso tempo, di solidarietà e desiderio di aiutare. Solo che, per una parte crescente della popolazione, tendono a prevalere le prime istanze, piuttosto che le seconde. Così, il barometro delle percezioni sposta la sua lancetta verso l’area negativa. Non sono prevalenti, ma indubbiamente crescono le emozioni ostili. Sentimenti che si alimentano dell’amplificazione delle notizie diffuse dai mezzi di comunicazione, che spesso forzano la realtà e contribuiscono a costruire un immaginario collettivo disancorato dall’oggettività dei fatti. Gli esponenti politici, poi, sono pronti a cavalcare il malessere di parti della popolazione, esasperando ed esacerbando la polemica: illudendo di poter risolvere i problemi semplicisticamente costruendo muri o proclamando espulsioni. Si fatica ad affrontare il tema migratorio in modo pragmatico, senza farsi condizionare dal consenso immediato così come da atteggiamenti moralistici. Da ultimo, è sufficiente rinviare al dibattito sviluppatosi attorno al tema della legge sull’integrazione dei figli dei migranti presenti in Italia (detta dello “ius soli”) per avere la misura delle difficoltà che attraversano la classe dirigente italiana: si rinvia la decisione per i timori legati al consenso alle prossime scadenze elettorali. Insomma, non esercita il ruolo per cui è stata eletta: la responsabilità. Il risultato è che se ne parla in modo gridato, contrapposto, raramente pacato e senza essere prigionieri degli stereotipi. Sia chiaro: il fenomeno è complesso e contiene al suo interno tanto questioni legate alla convivenza, quanto le risorse di culture e competenze che sostengono la nostra economia e le nostre famiglie. Ma più si rimandano le soluzioni, maggiore è il problema che si genera. La sensazione è che più spesso la realtà sia sovrastata dall’immaginario, dal sentito dire.

La Stampa, 30 ottobre 2017
il Secolo XIX, 30 ottobre 2017

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#lastmundi: al via la nuova indagine

articoloUn viaggio fra le opinioni e la conoscenza che gli italiani hanno di alcuni fenomeni di grande attualità: i giovani, il lavoro e il loro futuro; le migrazioni e l’impatto sulla nostra società; la religione e la spiritualità. L’Indagine LaST nella nuova rilevazione #LaSTMundi di Community Media Research intende esplorare gli orientamenti degli italiani verso alcune dimensioni che costituiscono i pilastri delle nostre comunità, a cavallo fra l’informazione e il piacere di scoprire aspetti nascosti del nostro paese.

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Ambiente, Cultura e Sport: la partecipazione attiva a Nordest

sportLa partecipazione dei cittadini, nelle sue diverse forme, è un elemento generatore della democrazia. Lo descriveva bene Giorgio Gaber quando cantava che “libertà è partecipazione”. E, ancora più indietro nel tempo, diversi studiosi ne hanno sottolineato l’importanza. Alexis de Tocqueville, nel suo La Democrazia in America (era il 1835), osservando il brulicare dell’associazionismo in quella realtà, riteneva che una partecipazione organizzata dei cittadini fosse l’unico antidoto per limitare la tendenza dell’individuo a chiudersi in se stesso, da un lato; e, dall’altro, a contenere l’intervento dello Stato nei diversi ambiti della società. Mediante il compartecipare le persone socializzano, condividono valori e obiettivi, attenuano le spinte individualistiche, limitano l’intervento pubblico: in definitiva, in tutte le molteplici forme in cui essa si può sviluppare, costituisce un ordito necessario alla coesione sociale e alla tenuta della democrazia. È uno strumento di libertà.

Che il Nordest sia ricco di queste espressioni partecipative lo raccontano non solo l’esperienza quotidiana, ma anche i numeri. L’ultimo censimento Istat (2011) stima siano presenti nel Nordest 38.900 istituzioni no profit (il 12,9% dell’Italia), oltre 4.700 le associazioni di volontariato (il 10,8% dell’Italia, CSVNET, 2015). Complessivamente, poco più di 600.000 nordestini s’impegnano gratuitamente per gli altri, quasi un cittadino su 9 (Istat, 2013) comprendendo anche i minori. Insomma, un pullulare di formichine sul territorio che tessono relazioni e solidarietà. In una parola, contribuiscono silenziosamente ad accrescere il capitale sociale. La ricerca di Community Media Research  testimonia l’intensità di questa presenza, ma rileva anche segnali di un processo di erosione che vanno attentamente valutati.

 

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Partecipazione in calo tra gli italiani

volontariLa partecipazione dei cittadini, nelle sue diverse forme, è un elemento generatore della democrazia. Lo descriveva bene Giorgio Gaber quando cantava che “libertà è partecipazione”. E, ancora più indietro nel tempo, diversi studiosi ne hanno sottolineato l’importanza. Alexis de Tocqueville, nel suo La Democrazia in America (era il 1835), osservando il brulicare dell’associazionismo in quella realtà, riteneva che una partecipazione organizzata dei cittadini fosse l’unico antidoto per limitare la tendenza dell’individuo a chiudersi in se stesso, da un lato; e, dall’altro, a contenere l’intervento dello Stato nei diversi ambiti della società. Mediante il compartecipare le persone socializzano, condividono valori e obiettivi, attenuano le spinte individualistiche, limitano l’intervento pubblico: in definitiva, in tutte le molteplici forme in cui essa si può sviluppare, costituisce un ordito necessario alla coesione sociale e alla tenuta della democrazia. È uno strumento di libertà. Che l’Italia sia ricca di queste espressioni partecipative lo raccontano non solo l’esperienza quotidiana, ma anche i numeri.

L’ultimo censimento Istat (2011) stima siano presenti nel paese 301.000 istituzioni no profit, oltre 44.000 le associazioni di volontariato (CSVNET, 2015), più di 6.000 le fondazioni. Complessivamente, poco meno di 7 milioni di italiani s’impegnano gratuitamente per gli altri, circa 4 milioni lo fanno all’interno di organizzazioni, 3 milioni individualmente (Istat, 2013). Insomma, un pullulare di formichine sul territorio che tessono relazioni e solidarietà. In una parola, contribuiscono silenziosamente ad accrescere il capitale sociale. La ricerca di Community Media Research testimonia l’intensità di questa presenza, ma rileva anche segnali di un processo di erosione che vanno attentamente valutati.

La Stampa, 27 settembre 2017

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Nord Est tra percezione e realta’

occhialiI nordestini si guardano allo specchio e l’immagine che riverberano ha un profilo non univoco, con più ombre che luci. Sia chiaro, parliamo di rappresentazioni sociali, con una narrazione che non sempre corrisponde alla realtà. Anzi. Conosciamo bene, anche dagli episodi di cronaca, quanto la popolazione sia capace di gesti di solidarietà, di vicinanza a chi soffre e di costruzione di reti di coesione. Dai cosiddetti “angeli del fango”, alla protezione civile; dalle molteplici espressioni del volontariato in molti ambiti, ai vigili del fuoco; dalle più semplici “collette alimentari”, alla cooperazione sociale.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma solo questi esempi raccontano come nel nostro territorio sia vivido un capitale sociale che oggi non è ancora conteggiato nel PIL, ma genera una ricchezza (indirettamente economica) fondamentale per il tessuto sociale e per la crescita. E nel Nord Est del paese è ancora più presente e diffuso che altrove. Ciò non di meno, se i nordestini si riflettono di fronte a uno specchio non sembrano riconoscere appieno simili fattezze. Più facilmente, fanno risaltare i tratti meno positivi. Come se di una foto vedessero le ombre, i lati scuri, e non i colori che definiscono le figure.

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Italiani allo specchio

magritteGli italiani si guardano allo specchio e l’immagine che riverberano non ha un profilo positivo. Sia chiaro, parliamo di rappresentazioni sociali, con una narrazione che non sempre corrisponde alla realtà. Anzi. Conosciamo bene, anche dagli episodi di cronaca, quanto la popolazione sia capace di gesti di solidarietà, di vicinanza a chi soffre e di costruzione di reti di coesione. Dai cosiddetti “angeli del fango”, alla protezione civile; dalle molteplici espressioni del volontariato in molti ambiti, ai vigili del fuoco; dai più semplici aiuti “dona-1-euro” via sms, alle Organizzazioni Non Governative e alla cooperazione sociale.

L’elenco potrebbe continuare a lungo, ma solo questi esempi raccontano come nel nostro paese sia vivido un capitale sociale che oggi non è ancora conteggiato nel PIL, ma genera una ricchezza (sociale e indirettamente economica) fondamentale per il tessuto collettivo e per la crescita. Ciò non di meno, se gli italiani si riflettono di fronte a uno specchio non sembrano riconoscere simili fattezze. Fanno risaltare, invece, i tratti meno positivi. Come se di una foto vedessero le ombre, i lati scuri, e non i colori che definiscono le figure.

 

La Stampa, 31 luglio 2017

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I PARTITI A NORDEST: ESSENZIALI PER LA DEMOCRAZIA MA VOTI PIU’ SELETTIVI

votoIl rapporto fra nordestini, partiti e politica è segnato da un sentimento contrastato, testimoniato anche dalle recenti elezioni amministrative. Attratti più dalle liste civiche che dai partiti, chi è andato a votare. Invogliati all’astensione, gli altri. Potrebbe essere altrimenti? Stiamo ancora vivendo un processo di assestamento del sistema politico nazionale avviato con la caduta della Prima Repubblica, ma che a distanza di circa un quarto di secolo (sic!) non ha ancora trovato un consolidamento. I cambiamenti di rotta poi sono così repentini – si veda quanto sta accadendo sulla riforma elettorale – da lasciare disorientati anche gli analisti politici più esperti. Mentre il mondo muta, gli attori politici sono avviluppati in logiche tutte interne, incapaci di esprimere visioni coerenti del futuro, progettualità di respiro. È inevitabile, quindi, che l’elettorato appaia disorientato, talvolta disilluso e distaccato. Però non è immobile e qualcosa pare si stia trasformando negli orientamenti. L’ultima ricerca sulle opinioni della popolazione ha provato a sondare gli orientamenti dei nordestini su questi temi. Proviamo a raccogliere i principali segnali che emergono.

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POLITICA E PARTITI: LA PERCEZIONE DEGLI ITALIANI

democrazia-1132x670Il terreno della politica è magmatico. E non si tratta qui di formazioni politiche che si scompongono e ricompongono di continuo, di alleanze variabili o delle intenzioni di voto, ma della percezione della popolazione verso le culture politiche e i partiti. Gli orientamenti degli italiani su tali argomenti sono attraversati da un insieme di tensioni, talora anche contrastanti fra loro. Potrebbe essere altrimenti? Stiamo ancora vivendo un processo di assestamento del sistema politico nazionale che ha preso avvio con la caduta della Prima Repubblica, ma che a distanza di circa un quarto di secolo (sic!) non ha ancora trovato un consolidamento. I cambiamenti di rotta poi sono così repentini – si veda quanto sta accadendo in queste settimane sulla riforma elettorale – da lasciare disorientati anche gli analisti politici più esperti. Nel frattempo, in questi 25 anni, il contesto mondiale è radicalmente cambiato, le condizioni e i fattori della competizione sono mutati, abbiamo attraversato (e non è ancora terminata) una delle crisi economiche più profonde, il terrorismo internazionale è arrivato in Europa. A fronte di tutto ciò, gli attori politici sono avviluppati in logiche tutte interne, incapaci di esprimere visioni coerenti del futuro, progettualità di respiro. È inevitabile, quindi, che l’elettorato appaia disorientato, talvolta disilluso e distaccato.

La Stampa, 19 giugno 2017

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LA FIDUCIA A NORDEST NELLE FORZE DELL’ORDINE, UE, PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA

Stack of hands showing unityLa fiducia è un ingrediente sempre più labile nella nostra vita: non si può dare per scontato. Per dirla con Giulio Andreotti, “a pensare male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca”. Così, dubbio e pre-giudizio sono due tratti che spesso qualificano i nostri atteggiamenti di fronte agli eventi. E determinano le nostre valutazioni, al di là della oggettività dei fatti. Come se avessimo sviluppato degli “anticorpi” che ci fanno dubitare e diffidare rispetto a ciò che ci circonda, a prescindere. La nostra vita quotidiana è costellata di news. E, talvolta, anche di fake news, notizie false. Sommersi da una valanga di informazioni, inevitabilmente (e inconsciamente) siamo spinti a erigere una sorta di barriera difensiva, che ci porta a prendere le distanze da un coinvolgimento eccessivo. A dubitare della veridicità dei fatti o della spiegazione che viene fornita. A catalogarle con un pre-giudizio, appunto. Non è un atteggiamento esclusivo della nostra epoca, ma certamente aumenta e si propaga in modo più rapido in virtù della diffusione delle nuove tecnologie della comunicazione. Web e social network rimpallano di continuo notizie e informazioni, cui possiamo accedere individualmente, in un’operazione di aggiramento (oggi si usa dire “disintermediazione”) dei canali tradizionali che in qualche modo filtravano e selezionavano precedentemente i contenuti: famiglia, associazioni, quotidiani, figure autorevoli… Se alle nuove tecnologie aggiungiamo la grande quantità di trasmissioni denuncia, talk show urlanti e l’uso dei social come sfogatoio, possiamo intuire come l’immaginario collettivo sia abitato da orientamenti disfattisti oltre misura.

 

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