Un vento minaccioso attraversa il vecchio continente

mappa_europaA poche settimane dal voto che deve eleggere il nuovo Parlamento europeo, aumenta la preoccupazione nei confronti di un orientamento avverso all’UE. Una crisi che ancora morde famiglie e imprese; una crescita che decolla troppo lentamente e genera una disoccupazione che colpisce soprattutto le nuove generazioni; una difficoltà a gestire fenomeni complessi come quelli migratori e dell’integrazione. Sono alcuni degli aspetti che attanagliano la casa comune europea, nodi aggrovigliati che alimentano le istanze di chi vorrebbe uscire dall’Unione per tornare ai singoli stati nazionali o a ipotetiche macroregioni dei popoli.

Abbiamo potuto osservare la diffusione di questo malessere nelle diverse elezioni (regionali e nazionali) svolte recentemente in alcuni Paesi europei. In Italia, il dibattito politico attorno a questa scadenza è considerato più per il suo effetto-termometro nei confronti del Governo Renzi e per misurare le forze dei diversi partiti, piuttosto che per una riflessione approfondita sulle politiche e le prospettive dell’UE.

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Gli italiani? Non così euroscettici

La dimensione del territorio è fondamentale nella costruzione delle identità e di senso. Tuttavia, internet, i social network, le nuove tecnologie hanno infranto i perimetri fisici tradizionali. Il processo di integrazione europeo, l’introduzione della moneta unica e la libertà di scambio di prodotti e delle persone hanno ridisegnato i vecchi confini in modo irreversibile. Questi fenomeni ridefiniscono anche le nostre appartenenze: è la stessa idea di territorio che dev’essere rivisitata. La ricerca dimostra un’identità articolata. La popolazione sente di appartenere all’Italia, ma anche all’Europa. E i due aspetti coesistono contemporaneamente. Siamo italiani-europei. Ma diamo poco credito alle sue istituzioni, e ancor di meno a quelle nazionali. Viviamo in una casa comune cui sentiamo di appartenere, ma ci fidiamo poco della sua struttura e della governance. Testimonia dell’esistenza di uno spread fra l’identità, da un lato, e, dall’altro, la fiducia.

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Tra identità e fiducia lo spread è ancora alto

bandieraeuropaSe un sentimento europeo è parte significativa del nostro sistema identitario, tuttavia la fiducia espressa nei confronti delle istituzioni non raggiunge un livello elevato, anzi. Emerge in modo evidente uno spread fra il senso di appartenenza e la stima loro attribuita. Che, peraltro, è ancor più stridente nei confronti degli ambiti nazionali rispetto a quelli europei. Nessuna delle istituzioni proposte al vaglio degli italiani interpellati supera il 50% dei consensi. La fiducia nei confronti dell’UE si ferma al 47,0%, il Parlamento europeo si attesta al 42,1% e la Banca Centrale Europea al 36,8%. Peggio, per i rispettivi livelli, riescono a fare le istituzioni italiane: lo Stato si colloca al 25,2%, superato di poco dalla Banca d’Italia (27,6%), ma con il Parlamento solo all’11,5% di fiducia. È interessante osservare come la fiducia nelle istituzioni europee sia proporzionalmente collegata a un’appartenenza territoriale più ampia, mentre quella verso le istituzioni nazionali sia sostanzialmente omogenea. Come a dire che la (s)fiducia nazionale è diffusa e pervasiva, mentre a un grado di identità territoriale più aperta corrisponde un maggior livello di stima nei confronti delle istituzioni sovranazionali.

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GRANDI NAVI A VENEZIA – Gli orientamenti della popolazione di Venezia e del Veneto

L’indagine condotta su un campione rappresentativo di oltre 1.300 residenti a Venezia e nel Veneto, analizza il sentiment e le percezioni della popolazione veneziana e veneta sul tema del passaggio delle grandi navi in Bacino San Marco. Ne emerge chiaramente come la maggior parte della popolazione non sia a conoscenza della questione reale, tranne che per gli aspetti legati agli obblighi della sicurezza.

Il panel dei rispondenti pensa che le grandi navi siano un’opportunità per l’economia e il lavoro: la maggioranza (il 49,8%) ritiene, infatti, che le attività del porto producano occupazione e opportunità economiche. Un quinto (il 22,7%) si colloca a mezza via fra le opportunità e i danni generati dalle attività portuali, mentre poco meno di un quarto degli interpellati (il 23,1%) sottolinea, invece, come esse costituiscano un danno all’ambiente e al territorio, in particolare fra quanti vivono fuori Venezia.

Alla richiesta di specificare quali siano i reali problemi per la città di Venezia, la popolazione veneta indica al primo posto la questione della bonifica delle aree industriali di Marghera (secondo il 43% del campione). Il passaggio delle grandi navi viene al quinto posto tra i problemi più sentiti (secondo il 22,5% della popolazione), dopo la promozione dell’artigianato locale (per il 28,1%), il restauro dei beni artistici (il 27,5%) e la gestione dei flussi turistici (il 27,4%).

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Italia chiama Europa – Attivo il nuovo sondaggio LaST

last europaGli italiani si sentono davvero parte del “sistema Europa”?

Il 25 maggio gli italiani sono chiamati alle urne per eleggere i 73 deputati che li rappresenteranno in Europa per i prossimi cinque anni. Sono le prime elezioni da quando, nel 2009, il trattato di Lisbona ha conferito al Parlamento Europeo una serie di nuovi e importanti poteri e, per la prima volta, gli elettori stessi avranno voce in capitolo su chi guiderà l’esecutivo dell’Unione Europea verso il rafforzamento o la messa in discussione.

Come sta evolvendo la fiducia della popolazione nei confronti delle istituzioni europee? Quali i vantaggi della moneta unica in questa lunga crisi? Sono solo alcuni degli interrogativi a cui l’indagineLaST intende dare risposta esaminando il tema dell’identità territoriale e la percezione degli italiani rispetto al governo comunitario.

Di seguito il link da cui accedere al sondaggio: http://www.indaginelast.it/

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Gli adulti del “futuro prossimo”

Osservando gli esiti della ricerca sulla progettualità di giovani e adulti, balza all’evidenza che gli adulti risultano meno definibili nel loro agire e nelle loro progettualità. Certo, ben più dei giovani viene riconosciuta la capacità di una visione di lungo periodo. Tuttavia, se escludiamo la dimensione dell’incertezza che impedisce la possibilità di fare scelte definitive, le altre opzioni non raggiungono la maggioranza degli interpellati. In altri termini, parrebbe non chiara la capacità delle generazioni adulte di esprimere in modo compiuto uno stile di vita, un orientamento verso l’azione quotidiana e il futuro. Come se gli stessi adulti fossero disorientati e in difficoltà a muoversi: socializzati e cresciuti in un ambiente diverso, hanno difficoltà ad acclimatarsi in quello nuovo in cui quasi improvvisamente sono piombati. Di conseguenza, faticano a fare gli adulti, a essere un punto di riferimento per i propri figli, a guidarli nella nuova navigazione.

È doveroso preoccuparsi per il futuro delle giovani generazioni. Ma nell’incertezza in cui sono immersi hanno bisogno di punti di riferimento. Ovvero di adulti responsabili e riconoscibili. Che, nel prolungarsi senza limiti della giovinezza, hanno sbiadito il proprio profilo. Gli adulti hanno di fronte a sé una sfida educativa: costruirsi una nuova identità. Non è mai troppo tardi per imparare.

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I giovani del “presente continuo”

youth-summit-lgL’esito dell’ultima indagine LaST sulle diverse forme di progettualità della popolazione italiana testimonia il clima di incertezza che domina e attraversa le generazioni, seppure con intensità assai diverse. Ed è inoltre il confronto fra le età a mettere in luce forti discontinuità. Una prima osservazione pone in grande evidenza le diversità fra le generazioni nel vivere la quotidianità e il futuro. Da un lato, i giovani appaiono polarizzati fra un orientamento ispirato al carpe diem, al vivere esclusivamente il presente (80,1%), e da un clima d’incertezza che rende loro impossibile fare scelte definitive (81,6%). Dall’altro, se l’incerto pesa – seppure in misura assai inferiore – anche fra gli adulti (59,4%), tuttavia si caratterizzano per una maggiore capacità di realizzare progetti di lungo periodo (46,3%) rispetto ai giovani (11,1%). Dunque, giovani declinati nel “presente continuo”, adulti nel “futuro prossimo”. Considerato il contesto attuale, potrebbe essere diversamente? Certamente no.

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Le forme di progettualità della popolazione italiana

L’epoca in cui viviamo, caratterizzata dalla velocità e dall’informazione, vede limitate le nostre capacità previsionali. Non siamo più in grado di sapere se le scelte, che facciamo oggi, avranno domani i risultati attesi. È sufficiente seguire la rapidità e la frequenza con cui mutano continuamente le previsioni economiche, da alcuni anni a questa parte, per rendersi conto della difficoltà (o dell’impossibilità) di costruire scenari futuri minimamente certi. Ci muoviamo all’interno di un contesto sociale ed economico segnato da crescenti interdipendenze, dove tutto si tiene; dove ogni azione ha ripercussioni più o meno diffuse. Come se vivessimo in un grande “condominio globale”, le azioni di un inquilino si riverberano su tutti gli altri. Gli esempi sono moltissimi: dalle conseguenze possibili della crisi in Crimea sugli equilibri internazionali, agli indicatori di crescita economica della Cina nei confronti dell’economia globale; dalle ipotesi di riforme del Governo Renzi, agli equilibri all’interno della UE.

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La cittadinanza agli immigrati

passaportoPiù controverso tema dell’attribuzione della cittadinanza, di cui anche recentemente si è discusso dopo le proposte del Ministro per l’Integrazione. Controverso non solo nel dibattito pubblico, ma anche nell’opinione degli interpellati. Sono due le opzioni sulle quali gli italiani sostanzialmente si dividono. Da un lato, prevalgono leggermente quanti sostengono un diritto di cittadinanza condizionato (45,6%). Secondo questa opzione, il diritto di cittadinanza dev’essere assegnato su esplicita richiesta dell’interessato e in base ad alcune condizioni (regolarità di residenza da alcuni anni, conoscenza della storia e della lingua, e così via). Chi più di altri evidenzia questa opzione sono le fasce d’età centrali (25-34enni: 53,6%), le persone in condizione attiva sul lavoro (imprenditori: 64,1%; operai: 56,6%; disoccupati: 55,0%), i residenti nel Nord Est (54,9%), i diplomati-laureati (53,2%), chi è avverso (56,5%) e ambivalente (67,2%) nei confronti dei migranti. Secondo questa visione, la cittadinanza per i migranti non è un diritto tout court, ma è una scelta soggettiva e dipendente da alcune regole. Una quota analoga, ma leggermente inferiore (42,1%) è sostenitore dello ius soli: la cittadinanza italiana va attribuita a tutti quelli che sono nati nel nostro Paese, indipendentemente da quella posseduta dai genitori. I più favorevoli sono le ali anagrafiche estreme (meno di 24 anni: 62,1%; oltre 65: 65,4%), gli inattivi sul lavoro (pensionati: 53,8%; casalinghe: 80,8%; studenti: 53,5%), chi ha un basso titolo di studio (63,1%), quanti hanno un atteggiamento favorevole (53,2%) e accogliente (58,0%) verso i migranti. Fra queste due posizioni, si colloca in misura marginale quella della cittadinanza secondo lo ius sanguinis. Solo il 12,3% ritiene che essa si debba attribuire a tutti i nati in Italia, purché i loro genitori siano già in possesso di quella italiana.

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Immigrati: partecipazione al voto e assistenza sanitaria

L’indagine LaST ha affrontato un tema spinoso e complicato perché tocca uno degli aspetti fondanti dell’integrazione: i diritti di cittadinanza per gli stranieri. Secondo due prospettive: quella della partecipazione al voto e dell’assistenza sanitaria, e quella della cittadinanza.

Per quanto riguarda l’assistenza sanitaria, gli italiani non paiono avere dubbi al proposito. Quasi la totalità degli interpellati (96,9%) ritiene che gli immigrati debbano averne diritto per sé e per i propri familiari, al pari dei conterranei italiani. Va sottolineato il fatto che anche fra quanti manifestano un atteggiamento totalmente avverso ai migranti, ben i due terzi (63,8%) si dichiari d’accordo sull’attribuire loro questo diritto. Il tema della salute, dunque, accomuna tutti in modo indistinto. Diverso, ma con aspetti interessanti è la dimensione della partecipazione politica e della possibilità di esprimere una propria rappresentanza attraverso il voto. Oltre 4 italiani su 5 (84,2%) ritiene opportuno che i migranti residenti regolarmente votino alle consultazioni locali, alle elezioni del proprio comune. Chi più degli altri sostiene questa opzione sono le giovani generazioni (fino a 34 anni: 91,6%), gli abitanti del Nord Est (93,1%) e gli inattivi (casalinghe: 100,0%; studenti: 92,5%). Dunque, la partecipazione al voto nelle comunità locali è ormai un aspetto largamente condiviso. È interessante osservare, poi, come confrontando quest’esito con quello emerso da una ricerca analoga compiuta nel 2007 (Demos&Pi), tale orientamento sia ulteriormente aumentato. Allora il 75,1% della popolazione era già ben disposto a una simile scelta. Ancorché positivo, tuttavia è più tiepido l’orientamento nei confronti delle elezioni al parlamento nazionale. In questo caso, i favorevoli scendono al 65,8%, con un sostegno più forte offerto dai giovani (meno di 24 anni: 81,1%), dai residenti nel Nord Est (74,3%), dagli inattivi (casalinghe: 92,6%; studenti: 78,1%), da chi ha un basso titolo di studio (81,1%). Tale risultato è assolutamente simile a quello del 2007, quando i favorevoli a questa prospettiva erano il 64,5%. Così, da un lato aumenta ed è largamente maggioritaria la propensione a vedere i migranti parte integrante delle comunità locali. Dall’altro, prevale un orientamento positivo alla partecipazione attiva a livello nazionale, ma con meno enfasi. Come se contasse di più l’identità locale, rispetto a quella nazionale.

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