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Indagine LaST: gli italiani auspicano un futuro di crescita per il Paese

Crescere o decrescere? Meglio crescere, dando più attenzione alle nuove dimensioni dello sviluppo come la sostenibilità e l’attenzione all’ambiente. Insomma, dobbiamo proseguire a produrre e lavorare ponendo al centro la qualità del progresso. La prospettiva di una decrescita non rientra nell’orizzonte di vita delle persone. Di fronte al dilemma, è netto l’indirizzo che emerge dagli italiani interpellati nell’ultima ricerca di Community Group per La Stampa. Ed è un’indicazione in controtendenza rispetto a quanto stiamo assistendo in questi mesi, dove il motivo di fondo – in particolare dell’esecutivo lega-stellato, pur con alcuni distinguo interni – è marcato da un sentiment di negatività nei confronti di qualsiasi opera di rilievo e verso i ceti produttivi.

Dietro l’ormai reiterata e stereotipata richiesta di voler valutare il rapporto costi-benefici per ogni opera, si prospetta l’intenzione (si passi la metafora) di tirare il freno a mano di un’auto che peraltro già procede troppo lentamente. E la stima ultima della non-crescita del PIL nel terzo trimestre di quest’anno è lì a ricordarlo. Prima l’Ilva e poi la TAP, cui invece hanno dovuto obtorto collo dare il via libera. Ma il no ai Giochi Olimpici a Roma, quello pronunciato dal Comune di Torino sulla TAV e l’addio ai Giochi invernali con Milano e Cortina, i dubbi pronunciati su TAV a Nord Est, il tunnel del Brennero, la superstrada Pedemontana, e sicuramente scordiamo altre opere, sottendono una visione negativa dello sviluppo.

Ora, non c’è dubbio che un insieme di scelte operate da amministratori locali e nazionali, da imprese, ma anche da privati cittadini (si veda il caso degli abusi edilizi) non abbiano saputo salvaguardare una crescita ordinata e lungimirante delle nostre città, del territorio e dell’ambiente. Dagli effetti dei cambiamenti climatici sul nostro ambiente, all’inquinamento; dalla carenza delle infrastrutture, alla cementificazione del territorio: gli esempi negativi non mancano. Tuttavia, l’interrogativo è se per re-indirizzare lo sviluppo si debba buttare via il bambino con l’acqua sporca oppure distinguere attentamente i pro e i contro, e con la dovuta progressione spostare le politiche su uno sviluppo legato all’innovazione e alla sostenibilità. Ed è proprio questa l’indicazione che emerge dalla grande maggioranza degli intervistati.

La Stampa, 5 novembre 2018

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Indagine LaST: Il lavoro la priorità degli italiani

Bipolarità. Ovvero la convivenza di due tendenze opposte all’interno di un medesimo ambito. È la sindrome più persistente e profonda che la crisi, ormai decennale, ci ha lasciato in dote. Si tratta di un fenomeno che attraversa diverse sfere ed è testimoniato da molteplici riscontri. Nel sistema produttivo osserviamo la crescente separazione fra imprese che, da un lato, in questi anni hanno saputo resistere e aumentare la propria competitività; da quelle che, dall’altro, hanno visto aumentare le difficoltà o sono uscite dal mercato. Nella società è altrettanto evidente come la forbice si sia fatta più netta fra quanti hanno conservato o migliorato la propria collocazione sociale, da coloro che invece hanno perso posizioni e potere d’acquisto impoverendosi. Erosione che ha intaccato soprattutto il ceto medio.

 

Il fenomeno della bipolarità non si è fermato su questi piani e ormai ha ampiamente contaminato anche l’immaginario collettivo. È nota la distanza fra le conoscenze di un fenomeno da parte della popolazione e la sua oggettività empirica (si pensi, per esempio, al tema dei migranti): la rappresentazione sovrasta la realtà, in buona misura determinandola. Sotto questo profilo, i nuovi strumenti della comunicazione (della politica, in particolare) stanno dettando le priorità. Basti pensare a quanta parte della discussione pubblica, in questi mesi, si sia incentrata sul tema dell’immigrazione, dei profughi e della sicurezza, piuttosto che sulle pensioni o sul reddito di cittadinanza. Tutto ciò favorisce un circuito perverso che oggi vede il perno sulla comunicazione via social ripresa e amplificata dai quotidiani, dalle televisioni, da internet e dai talk show: in un processo che si autoalimenta, costruendo così una sorta di realtà parallela rispetto ai problemi reali della vita quotidiana. Generando una bipolarità fra immaginario e realtà.

La Stampa, 8 ottobre 2018

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Indagine Last: al via la nuova rilevazione

La ricchezza economica non è l’unica misura del benessere di un Paese. Ci sono altre dimensioni, più immateriali, che contribuiscono a definire il grado di soddisfazione della vita personale e sociale: quali sono i problemi più impellenti di un territorio, la fiducia nelle istituzioni, l’idea di sviluppo futuro.

#vivitaly, vivere in Italia, è la nuova rilevazione dell’Indagine LaST, in collaborazione con Intesa Sanpaolo per La Stampa, che esplora queste dimensioni.

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Indagine LaST: oltre il 50% della popolazione senza scala di valori

I valori sono la bussola dell’azione quotidiana. Per una parte degli italiani prevalgono dimensioni edonistiche (22,0%: tempo libero, cura di sé, sport, amici). Per un’altra spiccano i riferimenti radicati (21,5%: religione, famiglia, lavoro, impegno sociale). Ma per la porzione prevalente della popolazione (56,5%) quella bussola funziona relativamente. Di conseguenza, di fronte a una direzione confusa, i comportamenti si adattano al contesto incerto: ciascuno tende al fai-da-te, a una definizione tailor made dei valori. E, nel contempo, si cercano nuovi riferimenti che definiscano un punto di orientamento: che diano maggiori certezze. Così, sovranismo e populismo negli orientamenti politici; protezionismo e imposizione di dazi nella sfera commerciale, possono rappresentare una certezza nell’incertezza. Sono queste le visioni che da alcuni anni soffiano con sempre maggiore insistenza in Europa e nel mondo occidentale. E si stanno diffondendo nell’immaginario collettivo e nella costruzione delle nostre società.

 

Ciò non significa siano l’unica espressione possibile, ma il problema riguarda la sostanziale afasia, l’incapacità di proporre – in questo momento – concezioni alternative e legittimate. La motivazione al diffondersi di parole chiave come “prima noi”, “confini”, “sicurezza” è più spesso attribuita agli effetti incontrollati della globalizzazione e alle logiche della finanza globale. L’euforia che ha accompagnato l’apertura, accelerata dalle nuove tecnologie, delle relazioni commerciali e produttive a livello planetario, ha permesso a quote più ampie di popolazione mondiale di accedere a un maggior benessere economico, ma ha intaccato le risorse e le prospettive di una parte consistente di quanti quel benessere l’avevano già conquistato. Per usare una metafora, la torta (ricchezza) mondiale è cresciuta proporzionalmente in misura inferiore rispetto all’aumentare dei commensali. Di conseguenza, le fette della torta ripartite si sono ridotte per chi prima aveva fette più grandi.

La Stampa, 06.08.2018

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Indagine LaST: Spesa online per il 92% degli italiani, ma il negozio resta insostituibile

Piace agli italiani fare acquisti online, ma non si vuole rinunciare alla soddisfazione della compera in negozio. A patto che… I mutamenti negli orientamenti e nei comportamenti dei consumatori e, insieme, la diffusione delle nuove tecnologie digitali stanno producendo una carsica, ma radicale trasformazione nel sistema produttivo: non solo dell’industria, ma anche nel terziario. Il fenomeno è noto. Per un paese come l’Italia che pullula di micro imprese (oltre il 90% ha meno di 10 dipendenti) e dove i piccoli negozi hanno rappresentato la nervatura non solo commerciale, ma anche un presidio sociale del territorio e dei centri delle città, l’avvento delle grandi piattaforme distributive e delle vendite online sta rapidamente mutando il panorama. La diffusione e l’utilizzo di internet sta crescendo progressivamente. E lì è possibile acquistare ormai qualsiasi tipo di prodotto a prezzi più convenienti rispetto al negozio fisico. Dall’home banking, ai biglietti di treni e aerei, piuttosto che una cena al ristorante o la vacanza, fino a una trasferta in auto, tutto transita attraverso la rete. Facile, comoda, vantaggiosa economicamente.

 

La minore disponibilità di spesa delle famiglie, certificata da un andamento dei consumi per lungo tempo sostanzialmente piatto, ha incrociato le nuove opportunità offerte dalle tecnologie digitali. Secondo gli ultimi dati dell’Istat, nel 2017 i frequentatori di internet che acquistano online sono cresciuti dal 50,5% al 53,0% in un anno. Invece, fra quanti non hanno fatto acquisiti negli ultimi 3 mesi, il 43,2% ha comunque cercato informazioni su merci e servizi, o ha venduto beni online. Siamo ancora distanti dalle soglie raggiunte in Europa, dove la spesa in rete coinvolge l’81% dei britannici, il 79% dei danesi o il 73% dei tedeschi (Eurostat). Noi ci collochiamo al quart’ultimo posto sui 28 paesi della UE, davanti solo a Cipro, Bulgaria e Romania.

 

La Stampa, 25 giugno 2018

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La società fluida blocca l’ascensore sociale

Un po’ si muove, ma così lentamente che sembra quasi fermo. È l’ascensore sociale degli italiani. Che non si tratti solo di una percezione è testimoniato dall’ultimo rapporto Istat sul paese.

Le caratteristiche ascritte, quelle derivanti dalle nostre origini, hanno un peso ancora oggi determinante nel prefigurare i percorsi biografici, scolastici e professionali. Meno di un quinto (18,5%) di chi parte dai gradini più bassi della stratificazione sociale raggiunge una laurea e una misura ancora inferiore (14,8%) arriva a svolgere una mansione qualificata. Nonostante una società fluida e altamente flessibile, malgrado le molteplici opportunità offerte dalle nuove tecnologie in termini di occupazione e inventiva. Anzi, proprio in virtù di questo nuovo contesto competitivo caratterizzato da un’epoca di cambiamenti radicali, le disuguaglianze tradizionali tornano ad assumere un peso di rilievo. Perché chi ha risorse familiari e reti di relazioni scarse, in assenza di un sistema di infrastrutture sociali stabile e strutturato, incontra maggiori vischiosità nei suoi percorsi. Detto altrimenti, se un/una giovane non ha alle spalle una famiglia dotata di risorse economiche e relazionali significative, faticherà assai a intraprendere percorsi formativi prolungati e fare investimenti in percorsi professionalizzanti (master, Erasmus, permanenze all’estero,…). Poiché disponiamo di pochi strumenti e politiche finalizzate a redistribuire le opportunità, e quelle che funzionano hanno risorse scarse, ecco che l’unico trampolino (sociale) di lancio rimane la famiglia d’origine, con il suo patrimonio materiale e immateriale. E con il contesto sociale ed economico di sfondo a costituire lo scenario all’interno del quale i soggetti si muovono e trovano un capitale sociale spendibile.

La Stampa, 28 maggio 2018

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Italiani e lavoro: realizzazione personale, autonomia e percorso di crescita

Il lavoro con la persona al centro. È così che larga parte della popolazione lo vorrebbe. Dove la dimensione soggettiva prevale su quella collettiva. O, come si sarebbe detto un tempo, di “classe”. A ben vedere, si tratta di un rovesciamento di prospettiva o, forse, di arricchimento: perché l’una (soggetto) potrebbe coesistere con l’altra (collettivo). La ricorrenza del 1° maggio, dedicata a commemorare le lotte per le conquiste dei diritti dei lavoratori, dovrebbe essere un’occasione di riflessione per comprendere i cambiamenti profondi sottesi in una delle dimensioni più importanti nella vita delle persone. Il lavoro è oggi un crocevia di trasformazioni e, nello stesso tempo, di contraddizioni. I cambiamenti hanno toccato il modo di lavorare, le organizzazioni delle imprese, i profili professionali. Tutto ciò s’è riflesso sulla struttura sociale dei lavoratori. Alle tradizionali classi omogenee (operai, impiegati) si è sostituita un’articolazione di gruppi professionali innumerevole da elencare, frammentata al suo interno e di difficile rappresentazione. Ma le metamorfosi del lavoro non terminano qui, anzi.

 

La Quarta rivoluzione industriale sta iniziando a dispiegare i propri effetti, e non solo all’interno del sistema produttivo. I processi di digitalizzazione applicati agli ambienti lavorativi, l’interazione uomo-macchina (che apprende) intervengono sulle mansioni e sulle competenze necessarie in modo radicale. Si sta aprendo un nuovo orizzonte per il lavoro o, meglio, per i lavori. L’insieme di questi aspetti rende il suo futuro un ambito di sperimentazione interessante, ma nello stesso tempo rischioso. Perché pone il problema di una possibile polarizzazione fra inclusione ed esclusione dalla opportunità di avere una cittadinanza attraverso il lavoro. Ed è qui che nascono le contraddizioni. Diversi giovani entrano sul mercato del lavoro con continue interruzioni e riprese, occupazioni sottopagate che impediscono loro di realizzare progettualità di vita. Altri ancora decidono di cercare maggiori fortune all’estero. Le opportunità per loro sembrano ridursi rispetto alle generazioni precedenti, e ciò genera un’ansia sociale diffusa.

La Stampa, 30 aprile 2018

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la ripresa economica secondo gli italiani

La ripresa c’è, ma non sembra toccare me. È questa la percezione più diffusa fra le famiglie italiane che, negli ultimi anni, paiono in parte aver assorbito le difficoltà patite con l’avvio della crisi di 10 anni fa. Non sono uscite ancora (tutte) dal tunnel nel quale sono entrate dal 2008: alcune (poche) hanno visto migliorare le proprie disponibilità economiche, altre (la maggioranza) ritengono di avere un reddito rimasto stabile, talune (diverse) invece sono salite su un ascensore economico discendente. Le loro previsioni per quest’anno si polarizzano fra chi avverte che la stagione più critica sia alle spalle. E, per contro, chi intravede un’incertezza sulle prospettive. Come se la società italiana, lasciando dietro di sé il periodo economico più buio, si trovasse più divisa al suo interno. Una polarizzazione che s’è riverberata anche nel voto del 4 marzo scorso.

Che il leggero miglioramento non si fondi solo su percezioni, è testimoniato anche dai dati della Banca d’Italia. Nel 2016 il reddito medio annuo delle famiglie italiane si è attestato a 31.469 euro, in leggera crescita rispetto a due anni prima (+3%), ma ancora ben distante dal raggiungere la soglia dei 36.142 degli anni precedenti la crisi (2006). A sostegno ulteriore di un miglioramento complessivo dell’economia nazionale vengono i dati del PIL e le sue proiezioni non solo del Governo, ma anche di diversi istituti nazionali e internazionali che registrano una progressione del nostro sistema produttivo. Progressione lenta rispetto agli altri paesi europei, ma comunque con un segno positivo crescente nel tempo. Tuttavia, il nuovo slancio dell’economia richiede tempo prima che si manifesti concretamente nelle risorse disponibili alle famiglie (salari). La crisi, com’è noto, ha eroso una parte consistente delle disponibilità economiche delle famiglie, la cui più immediata conseguenza si è registrata nel crollo dei consumi. E, più in generale, ha alimentato un sentimento di impoverimento che per una parte è diventata effettivamente una condizione oggettiva di povertà. Per altri ha preso la forma di una deprivazione relativa: la difficoltà a mantenere il livello di vita sperimentato in precedenza, che ha colpito soprattutto una parte del ceto medio.

La Stampa, 26 marzo 2018

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Il Nord a due velocità’

In-sofferente. È il filo rosso che accomuna le condizioni e i sentimenti del Nord del paese. L’in-sofferenza (col trattino) riverbera, nello stesso tempo, situazioni contrapposte e solo apparentemente paradossali. Essa racchiude il malumore verso un sistema statuale, burocratico e fiscale ritenuto inadeguato a reggere le sfide che una competizione internazionale impone. Riforme promesse e mai giunte a compimento, livelli di tassazione ancora assai onerosi, infrastrutture inadeguate rappresentano un fardello pesante sulle spalle di un pezzo del sistema produttivo proiettato sui mercati internazionali. Imprese che prima e durante la crisi hanno continuato a investire in processi di innovazione e di internazionalizzazione, e che cominciano a raccogliere i frutti dei loro sforzi. I dati sono lì a confermare la bontà delle performance: secondo Unioncamere Veneto la produzione industriale nel quarto trimestre del 2017, rispetto allo stesso periodo del 2016, si assesta a +6,3%, con esiti ancora migliori per le Pmi. Per Unioncamere Lombardia, nel medesimo intervallo di tempo, è cresciuta del 5%. E sono solo gli ultimi di una serie positiva che dura ormai da diversi trimestri. Per non dire dei distretti industriali: anch’essi hanno subito un processo di metamorfosi, riorganizzando la propria struttura interna e diventando oggi “dis-larghi” ovvero filiere produttive che hanno allungato le loro reti di fornitura ben oltre i confini territoriali e nazionali.

La Stampa, 14 marzo 2018

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I nordestini scelgono quotidiani, radio e tv per formarsi opinioni

social_media_strategyAttenti alle vicende della politica nazionale, più di quanto non si pensi. Utilizzatori multicanali nell’informazione, ma l’opinione si forma soprattutto tramite i quotidiani. Potrebbe sintetizzarsi in questo modo, a pochi giorni dalle elezioni, il comportamento prevalente dei nordestini nell’aggiornarsi sui fatti politici secondo l’ultima rilevazione di Community Media Research. Più di un terzo (37,5%) s’informa costantemente su quanto accade nell’area politica, in particolare in Friuli Venezia Giulia (54,6%). Se aggiungiamo che il 56,1% segue saltuariamente (in generale o in modo discontinuo, soprattutto fra trentini e alto atesini: 77,3%) e solo il 6,4% dichiara di aggiornarsi poco o nulla, possiamo affermare che la popolazione – seppure in diversa misura – sia attenta alle questioni politiche più di quanto non veicola l’opinione comune.

Ma attraverso quali mezzi s’informano e poi si creano le opinioni su questi temi? I due aspetti (informazione e opinione) non sono identici e i risultati dimostrano l’esistenza di comportamenti differenziati. In primo luogo, internet (29,8%, ma non i social: 11,5%), quotidiani (24,1%) e TV (20,7%) si contendono il podio dei canali principali. Quindi, vi è una sostanziale tripartizione delle fonti informative che privilegia la rete in generale, ben più che i social (facebook, twitter) cui invece gran parte dell’informazione si abbevera. In secondo luogo, se consideriamo gli strumenti secondo la loro analogia, otteniamo che gli Old Media (quotidiani, TV, radio: 52,8%) tutti assieme hanno ancora la preminenza sui New Media (internet, social: 41,3%) come fonti cui attingere le notizie. Con qualche differenza: agli Old Media sono più affezionati gli adulti (oltre 45 anni) e chi ha già deciso di andare a votare; mentre ai New Media guardano con favore i più giovani (fino a 44 anni), gli studenti, chi è disilluso della politica ed è indeciso sul voto. Molto pochi, invece, si affidano alle reti delle Relazioni Sociali (associazionismo, familiari, colleghi: 5,9%) per ottenere news sulla politica.

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