Lavoro

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Giovani e lavoro: a Nordest incertezza sul futuro

CONCORSO-PUBBLICIGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato.

Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro. L’insieme di questi fenomeni contribuisce a spiegare perché una parte dei giovani ricerca in altri paesi occasioni lavorative migliori (la cosiddetta “fuga dei cervelli”) o, per altro verso, spinge altri a rifuggire occasioni d’impiego, istruzione o formazione (i Neet) ponendosi ai margini del mercato del lavoro.

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Monitor sul lavoro (Giornale di Vicenza)

II laboratorio Cmr diretto dal sociologo Marini analizza una rivoluzione nel modo di sentire l’occupazione, ma i dibattiti pubblici restano ideologici e l’ignorano
Il metalmeccanico sceglie la meritocrazia
La larga maggioranza dei lavoratori s’identifica con l’impresa che sente “sua”, tende a condividerne gli obiettivi e vuole contribuire anche alle decisioni
Il 75,6% è disposto alla flessibilità negli orari e nei turni, il 77,8% vuole contribuire a fare innovazione
Non solo accettano che gli stipendi possano essere diversi in base ai meriti del lavoratore. Non solo non fanno più barricate in difesa del posto fisso per legge. Non solo sono disposti anche alla flessibilità sia negli orari che nelle retribuzioni. Ora, almeno in parte sono disponibili perfino a dare le loro idee all’imprenditore e a partecipare al finanziamento di progetti innovativi, ed essere poi ricompensati in base ai risultati. Insomma, “post.ideologici e caratterizzati da una forte soggettività: si presentano così o lavoratori del Nordest”, sintetizza il sociologo Daniele Marini nella nuova indagine curata dal laboratorio Cmr-Community media research, di cui è direttore scientifico, per conto di Federmeccanica.

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#lastjobs (Giornale di Vicenza)

Sindacato, crisi con le nuove generazioni

A Nordest soprattutto da Trento e Trieste piovono bocciature I veneti sono più prudenti, ma giovani e donne lo sentono lontano

Friulani e trentini buttano per lo più a mare il sindacato. I veneti no, tendono a sentire che un valore resta, ma non c’è dubbio che il rapporto sia in crisi, soprattutto per le “nuove generazioni” del mondo del lavoro. E’ il quadro che emerge dalla nuova indagine curata dal sociologo Daniele Marini, direttore scientifico del laboratorio Cmr-Community media research, assieme a Questlab. “Il sindacato ha un problema che non è legato esclusivamente al numero e alla composizione degli iscritti – spiega Marini – ma al valore che gli viene attribuito, al ruolo che occupa nella società. Se sia in grado, cioè di interpretare e rappresentare effettivamente le trasformazioni dei lavori”. Anche se, ricorda Marini, “il lavoro della rappresentanza” oggi è diventato sempre più complicato per tutte le forme associative

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#lastjobs: fiducia nei sindacati a Nord Est

sindcati 3Il sindacato ha un problema che non è legato esclusivamente al numero e alla composizione degli iscritti, ma al valore a esso viene attribuito, al ruolo che occupa nella società nell’immaginario collettivo. Se sia in grado, cioè di interpretare e rappresentare effettivamente le trasformazioni dei lavori. Certo, il lavoro della rappresentanza è sempre più complicato. E lo è diventato, seppure in misura diversa, per tutte le forme associative. Nessuna esclusa: dai partiti passando per le associazioni di categorie, fino a quelle più moderne legate alla rete, come dimostrano anche le recenti riflessioni interne a M5S. Le organizzazioni sindacali, più dei partiti, hanno un termometro costante nelle relazioni con gli iscritti di cui auscultano la temperatura, i malumori e le attese. Quindi, sono più capaci di conservare una linea diretta con le esigenze della base associativa. Ma anche loro, di fronte alle accelerazioni impresse dai nuovi scenari, faticano a modificare i propri assetti, poiché le strutture organizzative tendono a essere rigide e a rifiutare i cambiamenti. I sindacati dei lavoratori non sono esenti da questi processi, tutt’altro.

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#lastjobs: italiani e (s)fiducia nella rappresentanza sindacale

PENTAX DIGITAL CAMERAIl lavoro della rappresentanza è sempre più complicato. E lo è diventato, seppure in misura diversa, per tutte le forme associative. Nessuna esclusa: dai partiti passando per le associazioni di categorie, fino a quelle più moderne legate alla rete, come dimostrano anche le recenti riflessioni interne a M5S. I partiti sono quelli più in difficoltà: le convulsioni e i cambiamenti iniziati con Tangentopoli non hanno ancora trovato una stabilità. Scissioni (attuate o minacciate), creazioni di correnti e nascita di nuove formazioni sono quasi all’ordine del giorno. Anche le organizzazioni degli interessi non sono escluse. Più dei partiti, hanno un termometro costante nelle relazioni con gli iscritti di cui auscultano la temperatura, i malumori e le attese. Quindi, sono più capaci di conservare una linea diretta con le esigenze della base associativa. Ma anche loro, di fronte alle accelerazioni impresse dai nuovi scenari, faticano a modificare i propri assetti, poiché le strutture organizzative tendono a essere rigide e a rifiutare i cambiamenti. (altro…)

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La riforma del Jobs Act promossa dal 75% dei nordestini

lavoro_slider-1728x800_cIl lavoro è un terreno delicato sul quale, in particolare in Italia, si consumano spesso scontri ideologici, più che confronti fra idee. Una prova palese l’abbiamo avuta nelle discussioni sulla recente riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act. È delicato perché è un fattore centrale nella costruzione dell’identità individuale e sociale delle persone. È un elemento costitutivo della dignità e dell’inclusione sociale. Non a caso è iscritto nel primo articolo della nostra Costituzione, rendendo il lavoro la colonna vertebrale della nostra convivenza civile, il fattore attorno al quale si edifica il nostro sistema di welfare. Per converso, a tale importanza non sempre corrisponde un adeguato sostegno da parte del sistema pubblico. Basti pensare al mal funzionamento degli ammortizzatori sociali, all’assenza di un sistema di formazione continua e di orientamento scolastico e professionale. Al fatto che la ricerca di un’occupazione è lasciata alle reti di relazione degli individui e delle famiglie: le stime indicano in una forbice fra il 2 e il 4% gli ingressi nel mondo del lavoro intermediati dai Centri per l’Impiego. Dunque, l’onere di una ricerca – ancor più pesante in questi anni di crisi – è caricata sulle famiglie. Ciò spiega l’elevata sensibilità che si manifesta sui temi che riguardano il lavoro e le modifiche delle regole che lo governano.

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#lastjobs: Italiani alle prese con la riforma del Jobs Act

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Quando guardiamo al tema del lavoro è come se fossimo affetti da strabismo. Fatichiamo a mettere a fuoco l’oggetto. Non abbiamo le lenti adeguate ad analizzare correttamente il fenomeno. Perseveriamo a utilizzare gli stereotipi del passato. Fuor di metafora, il tema del lavoro e dei suoi cambiamenti (organizzativi e culturali) non è stato più rivisitato in modo complessivo dopo la fine del mito della classe operaia. Il lavoro si è disarticolato, è diventato flessibile, diffuso. Sono mutate profondamente le mansioni e le professioni. Ma anche i significati attribuiti dai soggetti. Tuttavia, ogni volta che, in particolare in Italia, si tocca il tema delle regole del lavoro – com’è accaduto anche con la riforma del Jobs Act – scattano meccanismi difensivi “a prescindere”. Parafrasando il titolo di un famoso libro di Aris Accornero, si potrebbe sostenere che pensiamo ancora al “Lavoro come ideologia” (Mulino, 1981). E quando assume questa connotazione, si creano dei tabù, per definizione intoccabili. Non sono possibili mediazioni: il discorso pubblico sulla riforma, cui abbiamo assistito nei mesi scorsi, spesso è stato un terreno di scontro ideologico, più che un confronto reale di idee. Poco realismo e molta dottrina.

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L’Italia dei diffidenti

genteNell’immaginario degli italiani la sfera privata dei valori e quella pubblica non sono perfettamente speculari. In generale, se a livello soggettivo la popolazione manifesta un’attenzione prevalente alle virtù civiche, quando pensa ai connazionali tende a mettere in risalto i valori delle sfere private e personali.

Gli italiani, a livello soggettivo, indicano ai primi posti della loro scala dei valori la famiglia (35,5%), la gestione responsabile della cosa pubblica (24,0%) e la lotta alle diseguaglianze sociali (15,1%). Sul versante della comunità nazionale, la classifica muta di segno: al primo posto viene di gran lunga il successo economico (40,3%), ben distanziati la gestione responsabile della cosa pubblica (26,4%) e quindi la famiglia (18,4%).

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Gli adulti del “futuro prossimo”

Osservando gli esiti della ricerca sulla progettualità di giovani e adulti, balza all’evidenza che gli adulti risultano meno definibili nel loro agire e nelle loro progettualità. Certo, ben più dei giovani viene riconosciuta la capacità di una visione di lungo periodo. Tuttavia, se escludiamo la dimensione dell’incertezza che impedisce la possibilità di fare scelte definitive, le altre opzioni non raggiungono la maggioranza degli interpellati. In altri termini, parrebbe non chiara la capacità delle generazioni adulte di esprimere in modo compiuto uno stile di vita, un orientamento verso l’azione quotidiana e il futuro. Come se gli stessi adulti fossero disorientati e in difficoltà a muoversi: socializzati e cresciuti in un ambiente diverso, hanno difficoltà ad acclimatarsi in quello nuovo in cui quasi improvvisamente sono piombati. Di conseguenza, faticano a fare gli adulti, a essere un punto di riferimento per i propri figli, a guidarli nella nuova navigazione.

È doveroso preoccuparsi per il futuro delle giovani generazioni. Ma nell’incertezza in cui sono immersi hanno bisogno di punti di riferimento. Ovvero di adulti responsabili e riconoscibili. Che, nel prolungarsi senza limiti della giovinezza, hanno sbiadito il proprio profilo. Gli adulti hanno di fronte a sé una sfida educativa: costruirsi una nuova identità. Non è mai troppo tardi per imparare.

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I giovani del “presente continuo”

youth-summit-lgL’esito dell’ultima indagine LaST sulle diverse forme di progettualità della popolazione italiana testimonia il clima di incertezza che domina e attraversa le generazioni, seppure con intensità assai diverse. Ed è inoltre il confronto fra le età a mettere in luce forti discontinuità. Una prima osservazione pone in grande evidenza le diversità fra le generazioni nel vivere la quotidianità e il futuro. Da un lato, i giovani appaiono polarizzati fra un orientamento ispirato al carpe diem, al vivere esclusivamente il presente (80,1%), e da un clima d’incertezza che rende loro impossibile fare scelte definitive (81,6%). Dall’altro, se l’incerto pesa – seppure in misura assai inferiore – anche fra gli adulti (59,4%), tuttavia si caratterizzano per una maggiore capacità di realizzare progetti di lungo periodo (46,3%) rispetto ai giovani (11,1%). Dunque, giovani declinati nel “presente continuo”, adulti nel “futuro prossimo”. Considerato il contesto attuale, potrebbe essere diversamente? Certamente no.

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