Società

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Indagine Last (giornale di vicenza)

L’INDAGINE Il laboratorio Cmr del sociologo Marini analizza la vicinanza dei nordestini alla sfida elettorale: sono soprattutto i”moderati di centro” a identificarsi meno

Il voto? Decisivi i giovani e le casalinghe

Sono loro, assieme a chi ha un basso titolo di studio, i più “negoziali”, che si sentono distaccati dai partiti ma scelgono di volta in volta in base alle proposte

«La parola chiave è incertezza: il clima nei partiti è da mercato delle promesse e gli elettori sono insicuri»
Arrivano le elezioni, e a Nordest diminuisce il distacco dalla politica. Ma non quello dai partiti. «Piuttosto, cresce una “vicinanza disincantata” e, soprattutto, un atteggiamento negoziale verso l’offerta politica», sottolinea il sociologo Daniele Marini, direttore di Community Media Research che ha curato la nuova ricerca in collaborazione con Intesa Sanpaolo – Cassa di risparmio del Veneto. E tutto ciò si traduce in una parola: incertezza. «Cè una politica delle incertezze e un’incertezza verso la politica», osserva Marini. La politica infatti affronta il voto con una tri-polarità che potrebbe fare fatica a consegnare poi un governo al Paese con la probabile necessità che «almeno che due poli si accordino fra loro», anche se tutti lo negano. Sui programmi poi «proprio per cercare di attrarre un elettorato disaffezionato s’è generato un vero e proprio “mercato delle promesse”, una sorta di bazar elettorale».

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Nordest: calano i cattolici, il 33% indifferente

religiosita-italia-300x225Le festività natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi? Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiare, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire.

L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”.

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Giovani e lavoro: a Nordest incertezza sul futuro

CONCORSO-PUBBLICIGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato.

Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro. L’insieme di questi fenomeni contribuisce a spiegare perché una parte dei giovani ricerca in altri paesi occasioni lavorative migliori (la cosiddetta “fuga dei cervelli”) o, per altro verso, spinge altri a rifuggire occasioni d’impiego, istruzione o formazione (i Neet) ponendosi ai margini del mercato del lavoro.

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Categorie: Lavoro

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I NORDESTINI, EUROPEISTI MA CRITICI

Europa-1024x849La maggioranza fra i nordestini guarda ancora con favore l’Unione Europea, ma con un po’ più di disincanto rispetto a qualche anno fa. Nello stesso tempo, aumenta però la platea degli scontenti, di chi manifesta un orientamento anti-europeista. D’altro canto, l’Europa non gode buona salute, e purtroppo non è una novità. Dallo scoppio della crisi del 2008 e la gestione successiva segnata da un’austerity ai limiti del parossismo, passando per la (non) gestione dei flussi migratori, fino alla Brexit, l’Unione non ha dato certamente il meglio sé. La stessa riunione agostana a Ventotene fra i primi ministri di Francia, Germania e Italia, dove si sarebbe dovuto scrivere le “pagine del futuro dell’UE” (Renzi dixit), non ha suggellato passi in avanti. Anzi, da allora le divisioni si sono ulteriormente accentuate e da qualche settimana lo stesso Premier italiano sta lanciando strali verso un’Unione sorda alla flessibilità necessaria per fronteggiare le emergenze umanitarie e una ripresa economica ancora troppo lenta. L’esito di tale aggrovigliamento dell’UE è aver alimentato venti di protesta e populismi, tanto da non rendere implausibile una deflagrazione di quel progetto che ha fin qui garantito pace e sviluppo a un novero sempre più ampio di nazioni. L’uscita dall’Unione sancita con il referendum popolare (per quanto ora in discussione) dalla Gran Bretagna rappresenta l’evento più traumatico e le prove delle prossime elezioni politiche in diversi paesi costituiranno ulteriori banchi di prova per la tenuta di quel disegno.

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EUROPA: GLI ITALIANI SONO PER IL “REMAIN”, MA E’ NECESSARIO UN CAMBIAMENTO

eu_2L’Europa non gode buona salute, e purtroppo non è una novità. Dallo scoppio della crisi del 2008 e la gestione successiva segnata da un’austerity ai limiti del parossismo, passando per la (non) gestione dei flussi migratori, fino alla Brexit, l’Unione non ha dato certamente il meglio sé. La stessa riunione agostana a Ventotene fra i primi ministri di Francia, Germania e Italia, dove si sarebbe dovuto scrivere le “pagine del futuro dell’UE” (Renzi dixit), non ha suggellato passi in avanti. Anzi, da allora le divisioni si sono ulteriormente accentuate e da qualche settimana lo stesso Premier italiano sta lanciando strali verso un’Unione sorda alla flessibilità necessaria per fronteggiare le emergenze umanitarie e una ripresa economica ancora troppo lenta. L’esito di tale aggrovigliamento dell’UE è aver alimentato venti di protesta e populismi, tanto da non rendere implausibile una deflagrazione di quel progetto che ha fin qui garantito pace e sviluppo a un novero sempre più ampio di nazioni. L’uscita dall’Unione sancita con il referendum popolare (per quanto ora in discussione) dalla Gran Bretagna rappresenta l’evento più traumatico e le prove delle prossime elezioni politiche in diversi paesi costituiranno ulteriori banchi di prova per la tenuta di quel disegno. Nel nostro paese, poi, non mancano esponenti politici e partiti che criticano ferocemente la burocrazia europea, fino ad auspicare un’uscita dall’Unione emulando i britannici o l’abbandono della moneta unica.

La Stampa, 21 novembre 2016

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#Lastitaly. Individualisti e familisti: gli italiani oggi

piazza-di-spagnaItalia, popolo di poeti, di artisti, di eroi, di santi, di pensatori, di scienziati, di navigatori e trasmigratori: queste qualità – enunciate da Mussolini all’epoca delle conquiste coloniali – sono rimaste nella rappresentazione sociale, oltre che impresse nel marmo del Palazzo della Civiltà italiana all’EUR. Altri, prima e dopo di lui, hanno messo in luce ulteriori aspetti, ora positivi, ora negativi che hanno provato a descrivere gli italiani. Al di là delle valutazioni che si possono dare, l’aspetto di rilievo è legato alla edificazione di un immaginario collettivo in cui potersi riconoscere e identificare. Costruire la rappresentazione di una collettività, piuttosto che di un territorio o di un prodotto assume oggi, ancor più di ieri, un aspetto qualificante. Per affermare un’idea, un progetto, per indicare una direzione da seguire, è necessario dotarsi di un orizzonte comune, di significati condivisi. È sufficiente rinviare a quanto impegno dedicano le imprese per imporre il brand dei propri prodotti per comprendere come la costruzione di un’identità sia oggi un obiettivo economico strategico.

La Stampa p. 35, 27 giugno 2016

 

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#lastitaly: a Nordest PMI e Forze dell’ordine i punti di riferimento della popolazione

artigianoLa fiducia è come la benzina per un motore. Quando scarseggia si è costretti a rallentare. Può essere l’auto più bella e potente in assoluto, ma senza carburante è costretta a viaggiare piano, se non a fermarsi. Fuor di metafora, la fiducia è una risorsa tanto immateriale, quanto concreta, perché nella sua leggerezza alimenta le scelte quotidiane: è uno strumento di orientamento. E nel Nordest – in buona compagnia col resto del Paese – questa dimensione è rarefatta. Abbiamo fiducia negli imprenditori delle piccole e medie imprese, nelle Forze dell’ordine e del Presidente della Repubblica Mattarella. Se escludiamo le cerchie familiari, amicali e quelle più strettamente comunitarie, il credito di cui godono diversi attori collettivi e istituzionali risulta alquanto rarefatto. La popolazione appare restia e disincantata, talvolta disgustata. D’altro canto, anche solo rinviando agli eventi recenti (banche locali, corruzione,…), è facile comprendere i motivi che spingono la popolazione a simili orientamenti. Eppure la fiducia e la reputazione sono dimensioni fondamentali che indirizzano le scelte. A maggior ragione in un contesto altamente incerto come l’attuale, esse divengono un elemento prezioso cui appigliarsi. Tuttavia, non crescono spontaneamente, ma si sviluppano in virtù di azioni tangibili. Ci vuole molto tempo per sedimentare la fiducia, così come molto poco per perderla. La ricerca sulla fiducia della popolazione verso alcune istituzioni riflette ampiamente questo distacco, ma con alcune sorprese.

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#lastart: valorizzare il patrimonio culturale

330px-Reggia_Venaria_Reale-IMG_1882Avere una ricchezza e non saperla valutare adeguatamente. Accade di possedere qualcosa di valore, ma di non rendercene conto. È la nostra “ricchezza estetica”: il patrimonio artistico, architettonico e culturale diffuso sul territorio. Disponiamo una fonte di risorse (potenziali), ma non sappiamo utilizzarla in modo fruttuoso. La quotidianità nell’incrociare palazzi, piazze, siti, monumenti andando al lavoro, piuttosto che passeggiando per i centri delle nostre città, li rende usuali: fanno parte del nostro paesaggio. Ma è quando andiamo in un paese estero che possiamo considerare quanta e qual è l’abbondanza di ricchezze diffuse di cui disponiamo. Oppure quando un monumento è danneggiato dall’incuria nostra o da visitatori maldestri e maleducati. O ancora quando un turista straniero si meraviglia per la quantità di opere presenti. Per un paese come l’Italia che non dispone di materie prime pregiate, la storia ci ha lasciato un insieme di “risorse estetiche” che hanno poche eguali al mondo. E che se fossero ben utilizzate, potrebbero generare (e già oggi lo fanno) una parte significativa del PIL.

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#lastart. Risorse artistiche: asset fondamentale del Made in Italy

piazza unitàAccade di possedere qualcosa di valore, ma di non rendercene conto. Abbiamo una ricchezza, una fonte di risorse (potenziali), ma non sappiamo utilizzarla in modo fruttuoso. Così avviene per il nostro patrimonio artistico, architettonico e culturale in generale. La quotidianità nell’incrociare palazzi, piazze, siti, monumenti andando al lavoro, piuttosto che passeggiando per i centri delle nostre città, li rende usuali: fanno parte del nostro paesaggio. Ma è quando andiamo in un paese estero che possiamo considerare quanta e qual è l’abbondanza di ricchezze diffuse di cui disponiamo. Oppure quando un sito archeologico è danneggiato dall’incuria nostra o da visitatori maldestri e maleducati. O ancora quando un turista straniero si meraviglia per la quantità di opere presenti. Per un paese come l’Italia che non dispone di materie prime pregiate, la storia ci ha lasciato un insieme di “risorse estetiche” che hanno poche eguali al mondo. E che se fossero ben utilizzate, potrebbero generare (e già oggi lo fanno) una parte significativa del PIL.

 

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#lastart. Preoccupazione tra i nordestini per il futuro

grafico finegilUna dinamica frenata: sembra un ossimoro, ma è questa la prospettiva che i nordestini intravedono per la propria famiglia e per l’economia nei prossimi anni. D’altro canto, non si può dar loro torto. Ascoltando le notizie che provengono dai mercati finanziari e dalle istituzioni economiche non c’è di che stare allegri. La borsa è volatile e instabile; le stime di crescita mondiale sono positive, ma progressivamente riviste al ribasso. Una parte dei famosi BRICS, che fino a poco tempo fa trainavano l’economia mondiale (Russia, Brasile), sono in affanno e la stessa Cina – che pur continua a svilupparsi – ha rallentato il suo slancio. Le vicende internazionali poi (Siria, migrazioni, terrorismo,…) decisamente non aiutano a semplificare il quadro complessivo. Guardando all’Italia, le stime di PIL hanno il segno positivo, ma sono inferiori rispetto alle previsioni. In più pesa molto la situazione di alcune banche locali che hanno bruciato cospicue risorse di famiglie e imprese. È facile comprendere come, agli occhi della popolazione, il quadro complessivo sia contrassegnato ancora da molte incertezze. E con l’incertezza aumenta la dimensione della cautela, della prudenza. Soprattutto se, dopo la ventata di cambiamento portata dal governo Renzi con le sue riforme e le promesse, i risultati tardano a dispiegarsi in modo sistematico oppure non sono così eclatanti come si attendeva.

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