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Italiani: multimediali, ma tradizionali nel formarsi opinioni

testate_giornalistiche2Attenti alle vicende della politica nazionale, più di quanto non si pensi. Utilizzatori multicanali nell’informazione, ma l’opinione si forma soprattutto tramite i media tradizionali, e segnatamente i quotidiani. Potrebbe sintetizzarsi in questo modo, a pochi giorni dalle elezioni, il comportamento prevalente degli italiani nell’aggiornarsi sui fatti politici. La campagna elettorale e le iniziative collegate spingono inevitabilmente le persone a un maggiore interesse verso l’offerta dei partiti, le proposte dei leader e i loro programmi. Da diverse settimane siamo immersi, e spesso anche sommersi, da comunicati, prese di posizione, interviste e presenze televisive. Con i candidati pronti a rilasciare dichiarazioni sugli eventi clamorosi di giornata, ma assai meno sui temi di prospettiva per il paese (economia, lavoro, infrastrutture, demografia). È praticamente impossibile non venirne a contatto. Ciò non di meno, la volontà di comprendere e districarsi nelle contorte vicissitudini della politica risulta significativamente elevata presso la popolazione.

Come dimostra l’ultima rilevazione di Community Media Research più di un terzo degli italiani (37,1%) s’informa costantemente su quanto accade nell’arena politica, cui si somma il 41,9% che segue, sebbene più in generale: in qualche misura, tende l’orecchio, è attento, ancorché in modo più distaccato. In ogni caso, complessivamente quasi quattro quinti degli italiani (79,0%) dichiara un coinvolgimento verso i temi politico-elettorali. Con qualche differenza di orientamento: le categorie più attente sono soprattutto i maschi, gli adulti rispetto ai giovani (benché anche fra questi la prevalenza segua in generale i fatti politici), chi è più istruito e soprattutto chi è deciso ad andare a votare.

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Indagine Last (giornale di vicenza)

L’INDAGINE Il laboratorio Cmr del sociologo Marini analizza la vicinanza dei nordestini alla sfida elettorale: sono soprattutto i”moderati di centro” a identificarsi meno

Il voto? Decisivi i giovani e le casalinghe

Sono loro, assieme a chi ha un basso titolo di studio, i più “negoziali”, che si sentono distaccati dai partiti ma scelgono di volta in volta in base alle proposte

«La parola chiave è incertezza: il clima nei partiti è da mercato delle promesse e gli elettori sono insicuri»
Arrivano le elezioni, e a Nordest diminuisce il distacco dalla politica. Ma non quello dai partiti. «Piuttosto, cresce una “vicinanza disincantata” e, soprattutto, un atteggiamento negoziale verso l’offerta politica», sottolinea il sociologo Daniele Marini, direttore di Community Media Research che ha curato la nuova ricerca in collaborazione con Intesa Sanpaolo – Cassa di risparmio del Veneto. E tutto ciò si traduce in una parola: incertezza. «Cè una politica delle incertezze e un’incertezza verso la politica», osserva Marini. La politica infatti affronta il voto con una tri-polarità che potrebbe fare fatica a consegnare poi un governo al Paese con la probabile necessità che «almeno che due poli si accordino fra loro», anche se tutti lo negano. Sui programmi poi «proprio per cercare di attrarre un elettorato disaffezionato s’è generato un vero e proprio “mercato delle promesse”, una sorta di bazar elettorale».

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Giovani e lavoro: a Nordest incertezza sul futuro

CONCORSO-PUBBLICIGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato.

Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro. L’insieme di questi fenomeni contribuisce a spiegare perché una parte dei giovani ricerca in altri paesi occasioni lavorative migliori (la cosiddetta “fuga dei cervelli”) o, per altro verso, spinge altri a rifuggire occasioni d’impiego, istruzione o formazione (i Neet) ponendosi ai margini del mercato del lavoro.

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GIOVANI, LAVORO, FUTURO: PERMANGONO INCERTEZZA E PREOCCUPAZIONE

"Jobs" on wooden block and magnifying glass on newspaper backgroundGiovani, lavoro e prospettive future costituiscono, per l’Italia in particolare, una sorta di “triangolo-delle-bermuda” sociale. Un’area misteriosa, avvolta dall’incertezza, cui le famiglie e le giovani generazioni guardano con ansia, col timore di precipitare in un vortice pericoloso. I motivi sono noti: nonostante i primi segnali di una ripartenza dell’economia nazionale, il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) è attestato attorno al 35%, quando nel resto dell’Europa viaggia mediamente a una misura inferiore della metà (19% circa). L’ingresso sul mercato del lavoro è più spesso costellato da percorsi interrotti, da impieghi saltuari che si ripetono nel tempo – a volte lungo – prima di trovare un approdo più stabile sotto il profilo delle condizioni contrattuali. Questo accade nonostante l’ultima riforma del Jobs Act abbia reso più flessibili le norme, favorendo anche le assunzioni a tempo indeterminato. Certo, non è così per tutti i giovani. Per chi possiede una certificazione professionale o un diploma più immediatamente spendibile sul mercato la strada appare meno tortuosa. Viceversa, quanto più un giovane ha investito nella propria formazione (laurea, master), impiega un tempo più lungo nel trovare un’occupazione (più) stabile (e talvolta remunerata). In particolare nel variegato mondo del terziario e dei servizi, dove i giovani laureati si propongono in misura maggiore, l’abbrivio al lavoro è un percorso particolarmente sconnesso e in salita. Così, complice l’allungamento delle speranze di vita delle persone e dell’età pensionabile, oltre a una maggiore resistenza delle imprese ad assumere, si è generato un effetto imbuto all’ingresso sul mercato del lavoro.

La Stampa, 27 novembre 2017

 

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#lastjobs: A Nordest 9 su 10 dicono si’ alla meritocrazia sul lavoro

IMG_c94heoUn orientamento meritocratico, seppur venato di solidarismo, è un patrimonio diffuso nel Nordest. Tuttavia, scoprire che nel lavoro ben il 90,1% della popolazione condivide questo criterio, racconta di una sua estensione che va oltre le aspettative.
Il lavoro è sicuramente attraversato da trasformazioni profonde. E, com’è comprensibile, in questi anni di crisi, l’attenzione si è concentrata esclusivamente sulle imprese in difficoltà, chiusure, fallimenti e disoccupazione. Tuttavia, nel mentre questi fenomeni accadevano, via via si diffondevano nuove visioni del fare impresa. Flessibilità e adattamento, velocità e competitività sono ormai le parole d’ordine, i criteri con cui vengono definite le strategie delle aziende. Assistiamo sempre più a una contaminazione fra settori produttivi e a una rottura dei confini tradizionali. Funzioni terziarie che entrano nelle fabbriche, manodopera che diventa “mentedopera”, macchine e app digitali che disintermediano lavoratori. Sempre più si parla di Industria 4.0, di fabbrica intelligente e digitalizzata, di piccole imprese che sviluppano reti fra loro e costituiscono hub produttivi. Dunque, mutano le filosofie, si ridefiniscono le vision aziendali e l’organizzazione del lavoro. Che il sistema produttivo si stia (più o meno tutto e più o meno velocemente) incamminando su questi nuovi sentieri è testimoniato dai dati dell’Istat e Bankitalia, così come dalle istituzioni internazionali: tutti rilevano una leggera ripresa, dopo lunghi anni di difficoltà, e il Nordest presenta performance leggermente superiori alla media nazionale.

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#Lastjobs: stipendi uguali? no grazie

alfa_romeo_mito_mirafiori_fabbricaIl lavoro è attraversato da trasformazioni profonde. Com’è comprensibile, in questi anni di crisi, l’attenzione si è concentrata esclusivamente sulle imprese in difficoltà, chiusure, fallimenti e disoccupazione. Tuttavia, nel mentre questi fenomeni accadevano, via via si diffondevano nuove visioni del fare impresa. Flessibilità e adattamento, velocità e competitività sono ormai le parole d’ordine, i criteri con cui vengono definite le strategie delle aziende. Assistiamo sempre più a una contaminazione fra settori produttivi e a una rottura dei confini tradizionali. Funzioni terziarie che entrano nelle fabbriche, manodopera che diventa “mentedopera”, macchine e app digitali che disintermediano lavoratori. Sempre più si parla di Industria 4.0, di fabbrica intelligente e digitalizzata, di piccole imprese che sviluppano reti fra loro e costituiscono hub produttivi. Dunque, mutano le filosofie, si ridefiniscono le vision aziendali e l’organizzazione del lavoro. Che il sistema produttivo italiano si stia (più o meno tutto e più o meno velocemente) incamminando su questi nuovi sentieri è testimoniato dai dati dell’Istat e Bankitalia, così come dalle istituzioni internazionali: tutti rilevano una leggera ripresa, dopo lunghi anni di difficoltà. Per converso, decisamente una minore attenzione è dedicata all’altra metamorfosi che interessa il lavoro: gli orientamenti culturali della popolazione e dei lavoratori stessi.

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#lastjobs: posto fisso o carriera?

fablabMolte delle nostre certezze sono diventate più fragili in questi periodi di profonde trasformazioni. Il lavoro è sicuramente fra quelle più intaccate. Non che sia una novità: anche in altri periodi abbiamo vissuto momenti difficili sul mercato del lavoro. Basta andare con la memoria ai periodi della disoccupazione giovanile a metà degli anni ‘80 per trovare tassi ancora più elevati di quelli attuali. Tuttavia, in precedenza derivavano da crisi connesse a fasi di sviluppo: dopo un momento di assestamento, l’economia riprendeva a crescere come prima. Cosicché la disoccupazione rientrava nei suoi parametri fisiologici. Le imprese ricominciavano ad assumere e le persone potevano trovare un posto di lavoro: fisso. E per “fisso”, cioè stabile, sicuro, non si pensava solo al pubblico impiego. Un’occupazione in una grande fabbrica, in un’azienda chimica o dell’energia, piuttosto che in una banca si poteva considerare al pari di un’assicurazione sulla vita. Era quella certezza che consentiva di fare progetti relativamente duraturi per la propria vita. Oggi, l’isola felice del posto fisso si è erosa e vede come abitanti solo i dipendenti pubblici. Per tutto il resto, il lavoro inteso come posto fisso e stabile nel tempo è un’isola che non c’è (più).

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#lastjobs: fiducia nei sindacati a Nord Est

sindcati 3Il sindacato ha un problema che non è legato esclusivamente al numero e alla composizione degli iscritti, ma al valore a esso viene attribuito, al ruolo che occupa nella società nell’immaginario collettivo. Se sia in grado, cioè di interpretare e rappresentare effettivamente le trasformazioni dei lavori. Certo, il lavoro della rappresentanza è sempre più complicato. E lo è diventato, seppure in misura diversa, per tutte le forme associative. Nessuna esclusa: dai partiti passando per le associazioni di categorie, fino a quelle più moderne legate alla rete, come dimostrano anche le recenti riflessioni interne a M5S. Le organizzazioni sindacali, più dei partiti, hanno un termometro costante nelle relazioni con gli iscritti di cui auscultano la temperatura, i malumori e le attese. Quindi, sono più capaci di conservare una linea diretta con le esigenze della base associativa. Ma anche loro, di fronte alle accelerazioni impresse dai nuovi scenari, faticano a modificare i propri assetti, poiché le strutture organizzative tendono a essere rigide e a rifiutare i cambiamenti. I sindacati dei lavoratori non sono esenti da questi processi, tutt’altro.

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La riforma del Jobs Act promossa dal 75% dei nordestini

lavoro_slider-1728x800_cIl lavoro è un terreno delicato sul quale, in particolare in Italia, si consumano spesso scontri ideologici, più che confronti fra idee. Una prova palese l’abbiamo avuta nelle discussioni sulla recente riforma del mercato del lavoro, il Jobs Act. È delicato perché è un fattore centrale nella costruzione dell’identità individuale e sociale delle persone. È un elemento costitutivo della dignità e dell’inclusione sociale. Non a caso è iscritto nel primo articolo della nostra Costituzione, rendendo il lavoro la colonna vertebrale della nostra convivenza civile, il fattore attorno al quale si edifica il nostro sistema di welfare. Per converso, a tale importanza non sempre corrisponde un adeguato sostegno da parte del sistema pubblico. Basti pensare al mal funzionamento degli ammortizzatori sociali, all’assenza di un sistema di formazione continua e di orientamento scolastico e professionale. Al fatto che la ricerca di un’occupazione è lasciata alle reti di relazione degli individui e delle famiglie: le stime indicano in una forbice fra il 2 e il 4% gli ingressi nel mondo del lavoro intermediati dai Centri per l’Impiego. Dunque, l’onere di una ricerca – ancor più pesante in questi anni di crisi – è caricata sulle famiglie. Ciò spiega l’elevata sensibilità che si manifesta sui temi che riguardano il lavoro e le modifiche delle regole che lo governano.

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#lastjobs: Italiani alle prese con la riforma del Jobs Act

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Quando guardiamo al tema del lavoro è come se fossimo affetti da strabismo. Fatichiamo a mettere a fuoco l’oggetto. Non abbiamo le lenti adeguate ad analizzare correttamente il fenomeno. Perseveriamo a utilizzare gli stereotipi del passato. Fuor di metafora, il tema del lavoro e dei suoi cambiamenti (organizzativi e culturali) non è stato più rivisitato in modo complessivo dopo la fine del mito della classe operaia. Il lavoro si è disarticolato, è diventato flessibile, diffuso. Sono mutate profondamente le mansioni e le professioni. Ma anche i significati attribuiti dai soggetti. Tuttavia, ogni volta che, in particolare in Italia, si tocca il tema delle regole del lavoro – com’è accaduto anche con la riforma del Jobs Act – scattano meccanismi difensivi “a prescindere”. Parafrasando il titolo di un famoso libro di Aris Accornero, si potrebbe sostenere che pensiamo ancora al “Lavoro come ideologia” (Mulino, 1981). E quando assume questa connotazione, si creano dei tabù, per definizione intoccabili. Non sono possibili mediazioni: il discorso pubblico sulla riforma, cui abbiamo assistito nei mesi scorsi, spesso è stato un terreno di scontro ideologico, più che un confronto reale di idee. Poco realismo e molta dottrina.

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