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Indagine LaST: oltre il 50% della popolazione senza scala di valori

I valori sono la bussola dell’azione quotidiana. Per una parte degli italiani prevalgono dimensioni edonistiche (22,0%: tempo libero, cura di sé, sport, amici). Per un’altra spiccano i riferimenti radicati (21,5%: religione, famiglia, lavoro, impegno sociale). Ma per la porzione prevalente della popolazione (56,5%) quella bussola funziona relativamente. Di conseguenza, di fronte a una direzione confusa, i comportamenti si adattano al contesto incerto: ciascuno tende al fai-da-te, a una definizione tailor made dei valori. E, nel contempo, si cercano nuovi riferimenti che definiscano un punto di orientamento: che diano maggiori certezze. Così, sovranismo e populismo negli orientamenti politici; protezionismo e imposizione di dazi nella sfera commerciale, possono rappresentare una certezza nell’incertezza. Sono queste le visioni che da alcuni anni soffiano con sempre maggiore insistenza in Europa e nel mondo occidentale. E si stanno diffondendo nell’immaginario collettivo e nella costruzione delle nostre società.

 

Ciò non significa siano l’unica espressione possibile, ma il problema riguarda la sostanziale afasia, l’incapacità di proporre – in questo momento – concezioni alternative e legittimate. La motivazione al diffondersi di parole chiave come “prima noi”, “confini”, “sicurezza” è più spesso attribuita agli effetti incontrollati della globalizzazione e alle logiche della finanza globale. L’euforia che ha accompagnato l’apertura, accelerata dalle nuove tecnologie, delle relazioni commerciali e produttive a livello planetario, ha permesso a quote più ampie di popolazione mondiale di accedere a un maggior benessere economico, ma ha intaccato le risorse e le prospettive di una parte consistente di quanti quel benessere l’avevano già conquistato. Per usare una metafora, la torta (ricchezza) mondiale è cresciuta proporzionalmente in misura inferiore rispetto all’aumentare dei commensali. Di conseguenza, le fette della torta ripartite si sono ridotte per chi prima aveva fette più grandi.

La Stampa, 06.08.2018

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Italiani e religione: in crescita chi non si riconosce in nessuna fede

Le festiVATICAN-JUBILEE-HOLY YEARvità natalizie fanno scattare in prima istanza, nel discorso mediatico, un meccanismo ormai consolidato: come andranno le spese delle famiglie in regali, cibo e vacanze? Come andranno i consumi?

Non solo a causa delle difficoltà di quest’ultimo decennio, il Natale è annoverato fra gli indicatori dell’andamento dell’economia. La dimensione religiosa della ricorrenza, e non sempre, si declina nell’intimità familiari, nel privato, o confinato alle comunità dei credenti. Eppure, la religiosità, così come l’ideologia politica, costituiva un universo di valori per le persone. Un insieme di norme che contribuiva a guidare l’azione dei singoli. Permetteva la costruzione di un senso comune in cui identificarsi e conformarsi. Offriva un fine, un obiettivo condiviso per la costruzione della società e del suo futuro. In altri termini, religiosità e ideologie erano le narrazioni delle comunità che (e di come) si sarebbero dovute costruire. L’uso dei verbi al passato non è casuale. Perché da tempo tali pilastri hanno perso la loro valenza. La dimensione religiosa è attraversata da tensioni profonde, e non da oggi. Già all’inizio degli anni ’60, il sociologo Sabino Acquaviva evidenziò una “eclissi del sacro” nelle nostre società e l’affievolirsi del trascendente nella vita quotidiana delle persone. All’orizzonte comune dei valori religiosi di riferimento, si è progressivamente sostituita una loro declinazione individuale che oggi definiremmo tailor made, dove ognuno ritaglia su di sé la morale religiosa in una sorta di “fai-da-te”. Tant’è che siamo in presenza di “un singolare pluralismo” morale e religioso, così come definito da una ricerca curata da Garelli, Guizzardi e Pace (Mulino) nel 2000.

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